Wrestlemania 36 – Il wrestling dopo il Covid-19

C’era tanta curiosità attorno all’edizione 36 di Wrestlemania per capire come la WWE, da sempre guida delle leghe sportive nella gestione del proprio business multimiliardario, avrebbe risposto all’assoluta novità di far svolgere l’evento principale di wrestling mondiale senza il pubblico dello stadio, impossibilitato a partecipare per le note misure di sicurezza dovute alla pandemia di Covid-19. La manifestazione è stata per la prima volta della storia così suddivisa nelle due serate del 25 e 26 marzo 2020 svoltesi al WWE Performance Center di Orlando alla sola presenza degli atleti e degli addetti ai lavori. Il susseguente show, andato in onda in pay-per-view il 4 e 5 Aprile, ha svelato ulteriori sprazzi, e forse definitivi, di mutazione “entertainment” dello sport che nonostante la proliferazione di agguerrite leghe minori resta da sempre legato inestricabilmente alla vocazione spettacolare. Quasi tutti i match, e in particolare quelli che assegnavano i titoli, si sono svolti regolarmente con la solita sequela di supplex, dropkick e mosse finali.

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Ma attraverso tre di questi la WWE è sembrata voler accontentare le modalità audiovisuali del pubblico domestico, da settimane salticchiante tra piattaforme videoludiche e di streaming.
Così il ritorno di The Edge dopo nove anni di assenza dal circuito contro l’avversario storico Randy Orton nel cristallino “Last man standing match” è diventato uno degli incontri più hardcore dell’ultimo periodo. Non tanto per la quantità di sangue versato (la mattanza dell‘Hell in a cell del 1988 di The Undertaker vs Mankind rimane forse insuperabile) quanto per il set in cui si è svolto. I due lottatori, liberi dalla necessità dell’essere visibili anche al pubblico dell’arena, si sono inseguiti e picchiati per tutto il backstage, sbattendosi vicendevolmente la testa nei corridoi o nei tir parcheggiati nei garage. Se l’escursione negli anfratti dello stadio non è una novità, mai come in questa occasione l’estenuante tour de force è però sembrato voler contentare il lato beceramente rissaiolo degli appassionati di wrestling. Insomma, un lunghissimo piano-sequenza action, assimilabile a quello già accademico del film The protector, dove ci si mena con ogni oggetto possibile e dove vince la sporcizia più che la tecnica sportiva dei colpi.

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Altro match che ha raggiunto vette di (intollerabile?) schizofrenia audiovisuale è quello occorso tra il redivivo John Cena e Bray Wyatt nel quale i due hanno perfino viaggiato nel tempo e nello spazio per avere la meglio uno sull’altro più dal punto di vista del montaggio e dei costumi che da quello atletico.
Ma la vertigine teorica di questa esondazione della WWE nello spettacolo puro è avvenuta naturalmente con il suo esponente da sempre più vicino a questo settore. Undertaker, il becchino più famoso del mondo le cui entrate sul ring superano spesso la durata dei video musicali, si è esibito in una pregevolissima messinscena di chiara matrice horror contro AJ Stiles. Niente ring come per gli altri due match citati ma nemmeno la sua parvenza o il suo retropalco: qui il set è un cimitero illuminato come in un film italiano di genere dei Settanta. Nel lungo incontro i colpi diventano rarefatti, declinati ad orpello, a fronte della vera ragion d’essere dell’incontro: l’atmosfera di incoercibile fascino mortuario. Le apparizioni paranormali dell’American Badass in grado di sottomettere alla sua forza con uno schiocco di dita perfino il fuoco sono l’estrinsecazione più palese dell’immaginario cinematografico degli sceneggiatori della WWE che finalmente liberi dalle zavorre delle attese atletiche dei fan possono divertirsi a manifestare i propri riferimenti.
Che in fondo si tratti di una semplice sostituzione? La WWE non vuole più sottostare ai limiti delle corde del ring ma a quelli dell’inquadratura. Non è detto che entro di essi vi sia più libertà di movimento e che non si debba comunque lottare: anche lo spettatore va sempre schienato.

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