X²: Laurie Anderson a Romaeuropa con i Sexmob

Lo spettacolo multimediale Let X=X, ideato insieme alla jazz band sperimentale newyorkese, mostra, ancora una volta, il dinamismo eclettico dell’artista statunitense. Il resoconto della data romana

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Correva l’anno 2021 quando l’Hirshhorn Museum di Washington propose a Laurie Anderson di dedicarle una retrospettiva. Per a direzione del museo, la settantaquattrenne Anderson era pronta a riflettere sulla sua lunga carriera artistica per ripercorrerla nel dettaglio. Con sorpresa di tutti, però, l’artista rifiutò, spiegando che avrebbe accettato soltanto di preparare una mostra di lavori totalmente nuovi: un progetto concentrato sul qui e ora, capace di guardare al passato per incorporarlo senza scivolare nell’istituzionalizzazione – che per lei significa immobilizzazione – mantenendo piuttosto quella spinta vitale e propositiva che, fin dai suoi esordi negli anni ’70, l’ha posta al centro dell’avanguardia artistica americana. Quattro anni dopo, il ritorno europeo di Let X=X, lo show nato nel 2023 dalla collaborazione con la jazz band avanguardistica newyorkese Sexmob, sembra confermare ancora una volta la piena attualità e l’eclettismo dell’artista americana, proponendosi allo stesso tempo come una summa e un rilancio del suo percorso artistico e biografico e del suo sguardo sul mondo contemporaneo.

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Nella cornice romana dell’Auditorium Parco della Musica, per l’unica tappa italiana dello spettacolo all’interno del Romaeuropa Festival di quest’anno, Anderson entra suonando il violino, lo strumento che ha iniziato a studiare all’età di cinque anni e che, fin dagli esordi, ha scelto come suo prediletto, sottoponendolo a continue manipolazioni e metamorfosi sonore e timbriche – dal prepararlo, cageianamente, versando dell’acqua al suo interno, alla sostituzione delle criniere dell’arco con del nastro magnetico. Dietro di lei, un ensemble che sembra far rivivere l’idea di intima e prolifica collaborazione artistica della SoHo degli anni ’70. Guidati dagli ottoni e dalla direzione di Steven Bernstein, collaboratore di lunga data di Anderson (dall’album The Raven di Lou Reed, alla colonna sonora di Heart of a Dog), noto per la sua peculiare slide trumpet, si stagliano i Sexmob, band da lui creata nel 1996 assieme al sassofonista Briggin Krauss, al bassista Tony Scherr e al batterista Kenny Wollesen. Certamente, lo spirito avanguardistico e giocoso del quartetto per anni residente al Knitting Factory, fondamentale laboratorio e luogo d’incontro della scena jazz newyorkese, sembra ben prestarsi alle vitali sperimentazioni di Anderson. Lasciandosi spesso andare anche a svolte elettroniche, infatti, negli anni i Sexmob hanno alternato composizioni originali di Bernstein a riletture inedite ed ironiche della musica popolare, dal tema di James Bond ai brani di Prince e dei Rolling Stones, abbandonando gli standard jazz a favore di una sperimentazione ludica che, smontando e rimontando melodie note, fa leva sulla familiarità melodica dell’ascoltatore per trasportarlo in un peculiare lessico sonoro.

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Questo spirito di costante rielaborazione e reinterpretazione di musica preesistente, dunque, non avrebbe potuto che trovare un punto di incontro prolifico con la poetica di Anderson che, pur riproponendo nello spettacolo alcuni dei suoi classici di maggior successo, non scivola mai nella mera retrospettiva, intrecciando le sue sonorità avanguardistiche con il groove dei Sexmob, affiancati qui anche dal polistrumentista jazz Doug Wieselman e dalle violiniste e coriste Mazz Swift e Christina Courtin. Più della live band, però, forse a imporsi è l’enorme schermo che, stagliandosi dietro i musicisti come fulcro multimediale dello spettacolo, pone esplicitamente l’accento sull’importanza della parola – fondamentale in tutta la poetica di Anderson. Per l’intera durata dello spettacolo le lettere dell’alfabeto scorrono, infatti, come gocce di un fiume in piena dietro i performer, assumendo configurazioni visive che, richiamando le sperimentazioni della visual poetry, sostengono il distintivo stile spoken-word dell’artista, mentre i riverberi e i cori avvolgono costantemente l’intero spazio sonoro.

Così, la cantastorie – come ama definirsi l’artista – innesta i brani in un continuo flusso narrativo che, accompagnato da violino e tastiere (talvolta suonati persino insieme da Anderson), interroga costantemente la contemporaneità. Passando agilmente dall’inglese all’italiano, secondo un plurilinguismo che già l’aveva distinta (nel 2016 aveva rilasciato una versione italiana di Heart of a Dog), il focus del suo discorso si concentra presto sugli Stati Uniti, fulcro delle sue opere almeno dal monumentale United States. Anderson cita, quindi, il nuovo papa e il vicepresidente degli Stati Uniti, per poi concentrarsi sul recente divieto federale di usare alcune parole nei documenti governativi. Dietro di lei si staglia ora il volto di William S. Burroughs, con il suo mantra “Language is a virus from outer space”, che introduce l’omonimo brano del 1986, mentre sullo schermo scorre incessante la lista delle parole proibite dal divieto – “evidence based”, “fetus”, “homosexual”, “transgender”…: “Se non puoi più usare una parola, finirai col dimenticarla. E, così, questa scomparirà”, spiega Anderson.

Facendoli riaffiorare sullo schermo come spettri, l’artista sceglie, così,  di far rivivere assieme al pubblico alcuni volti chiave della sua formazione artistica e della cultura del Novecento. Presentando la cover di A Hard Rain’s a-Gonna Fall, ispirata all’interpretazione del Kronos Quartet (con cui Anderson ha già collaborato nel 2018 per Landfall) l’artista spiega: “Amo Bob Dylan perché è dalla parte dei perdenti. E tutti noi siamo perdenti almeno una volta nella vita”. Dopo un breve intermezzo in cui sfodera anche la sua celebre drum suit, l’omaggio a Cage, padre spirituale di tutta l’avanguardia musicale americana del secondo Novecento, la conduce a rievocare procedimenti chiave della storia dell’arte e della musica del secolo scorso come le operazioni aleatorie e la scrittura automatica, mostrando, senza scadere in anacronismi, come queste possano trovare nuova linfa nel collegamento con l’intelligenza artificiale — del resto la sua fascinazione per l’IA è nota da tempo: ad esempio, poco prima della pandemia stava lavorando con l’Università di Adelaide a un chatbot modellato sulla personalità di Lou Reed. E, riconfermando quella propensione autobiografica che Goldberg aveva già evidenziato nel suo seminale Performance Art, proprio Lou Reed – compagno di vita dell’artista fino alla sua scomparsa – emerge come spettro preponderante, sin dal duetto di Junior Dad che Anderson intrattiene con la sua voce registrata. In questo intreccio costante di parole, immagini e musica, questi ed altri volti chiave del Novecento sembrano rendere così tangibili le inquietudini dell’artista per un presente ambiguo e convulso e la paura per un futuro critico e incerto.

Poche settimane fa, anche la serba Marina Abramović, coetanea e amica di Anderson, aveva presentato al Factory International di Manchester un’autobiografica performance-summa che, guardando al passato, cercava di interrogare il presente con uno spirito creativo affine. In Balkan Erotic Epic, infatti, la censura fisica e morale della dittatura di Tito – specchio di un presente cupo e reazionario – si scioglieva in una sfrenata danza liberatoria che, ispirata ai ritmi popolari della regione balcanica, accompagnava lo spettatore sino all’uscita, invitandolo a muoversi a tempo con quell’energico e catartico ritmo propulsivo. In modo analogo, Anderson mette in scena le agitazioni del presente ma poi, nel finale, sceglie di far alzare in piedi il pubblico per guidarlo, sul tempo di Born, Never Asked,  in un piccolo esercizio di tai chi – disciplina di cui Lou Reed, spiega, era maestro. Ed è così che, tramite questo piccolo gesto di arte partecipativa, l’artista mostra come un cambiamento possa scaturire persino da un atto minimo di presenza collettiva, fluida e meditativa, ribadendo che “Nonostante tutto, il motivo per cui siamo qui è per avere un really, really, really good time”.

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