XII FESTIVAL DEL CINEMA EUROPEO – “Fare film è un miracolo”: conversazione con Paulo Branco

paulo branco
Il grande produttore indipendente portoghese si racconta alla stampa presente a Lecce, chiarendo il suo punto di vista sulle dinamiche che regolano il mondo della produzione cinematografica, sulle differenze fra i vari paesi europei e sulla comunicazione nell'era di internet. Una conversazione appassionata, nella semplicità dei modi di un uomo schietto e ancora capace di preservare il suo entusiasmo

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Paulo BrancoWim Wenders, Manoel De Oliveira, André Téchiné, Raul Ruiz: a scorrere l'elenco dei titoli presenti a Lecce per l'omaggio al produttore Paulo Branco si passano davvero in rassegna una serie di sguardi imprescindibili che hanno arricchito l'immaginario cinefilo dell'ultimo quarto di secolo. Eppure quando poi il produttore si raffronta con il pubblico, la sua aria è quella dell'eterno avventuriero che continua ad affrontare le sfide con l'entusiasmo sincero del pioniere e che crede nel cinema come una forma espressiva di avanguardia, con cui intraprendere una dialettica feconda e composita. Una figura che non ci stupisce apprendere essere passato dall'amore per l'equitazione a quello per la pellicola, perché gli estremi a volte si toccano nelle forme più improbabili. Con simpatia e grande umanità, e facendo sfoggio di un irresistibile ibrido di italiano, portoghese, spagnolo e francese, Paulo Branco si è intrattenuto con la stampa presente al festival.

 

Sappiamo che sei alle prese con molti progetti attualmente, tanto che ci chiediamo dove tu abbia trovato il tempo per essere qui a Lecce.

 

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Il progetto più ambizioso su cui sto attualmente lavorando riguarda il nuovo film di David Cronenberg, tratto dal romanzo di Don DeLillo, Cosmopolis. Avevo letto il libro 4 anni fa trovandolo molto moderno e cinematografico e ho subito pensato a Cronenberg come regista ideale per una trasposizione. Così, quando l'ho incontrato a Toronto gliel'ho proposto e lui ha accettato con entusiasmo, dicendo che era proprio il tipo di storia che stava cercando. Pensate che ha scritto il soggetto in 15 giorni e ora sta affrontando la fase di pre-produzione, le riprese inizieranno il 24 maggio a Toronto e sono previsti 40 giorni di riprese. Il cast comprende Robert Pattinson (il protagonista di Twilight), Paul Giamatti, Samantha Morton e Mathieu Amalric. Oltre a questo sto lavorando a un altro progetto, una miniserie in 6 parti diretta da Raul Ruiz sull'invasione napoleonica del Portogallo: la sceneggiatura è di Carlos Saboga, che ha già scritto I misteri di Lisbona. Si comincia a girare a ottobre. E poi ho ancora un paio di progetti, un film di Bruno De Almeida sull'assassinio del generale Umberto Delgado, che fu l'unico a opporsi a Salazar; e Dubai Flamingos, con Vanessa Paradis, è il secondo film che faccio con lei.

 

Qual è l'autore con cui hai fatto più film?

 

Sicuramente ho una relazione molto particolare con Manoel De Oliveira e Ruiz. Mi piace lavorare con registi le cui opere sono degli autentici work-in-progress, perché mi piace essere sorpreso. Con De Oliveira mi succede sempre, anche se di un film seguo ogni dettaglio alla fine in proiezione l'emozione si rinnova, perché in un film la somma è meglio delle sue parti e questo ti aiuta a dimenticare poi ogni problema.

Con Joao César Monteiro, invece, si passava da momenti in cui ci si insultava ad altri di grandissima ispirazione.

 

Ci sono altri colleghi produttori con senti delle affinità o ti ritieni unico?

 

Ci sono sicuramente altri produttori, in Francia ad esempio… il punto è che la situazione è molto cambiata rispetto a 30 anni fa, lo spazio per le produzioni indipendenti si è ridotto e i produttori che decidono di assumersi dei rischi non sono molti oggi in Europa.

 

Considerando la tua predilezione per il lavoro con gli autori, come riesci a equilibrare la tua visione del cinema con la loro?

 

Non lo faccio, e anche per questo ogni giorno è una sorpresa. Non ho una ricetta e mi piace essere quello che permette ai film di esistere: è importante credere in un progetto e trovare tutti i modi possibili per portarlo a compimenti. I misteri di Lisbona, ad esempio, era un'idea mia, avevo letto il libro da cui è stato tratto e ho iniziato a proporlo senza avere i finanziamenti necessari: ero comunque sicuro di farcela perché il soggetto era fantastico e poi tanti attori volevano lavorare con Ruiz, quindi il casting era sicuramente facilitato. E' stato un progetto semplice e complesso allo stesso tempo e ne sono orgoglioso, Ruiz poi l'ha diretto in modo fantastico.

 

Tu stavi lavorando con Glauber Rocha al suo ultimo film, che poi non si è potuto più fare a causa della sua morte.

 

E' vero, ma in quel momento ero anche alle prese con tanti altri progetti, è stato un periodo molto particolare. Inoltre Glauber era malato, quindi l'attenzione principale era sui suoi problemi di salute piuttosto che sul film. In ogni caso Glauber era un regista favoloso, un vero rivoluzionario della scrittura cinematografica e meriterebbe di essere riscoperto perché oggi molta gente non lo conosce.

 

Un tuo pensiero sul Festival del Cinema Europeo di Lecce?

 

Penso sia un festival molto importante. Sapete, come produttore una delle mie principali preoccupazioni è dare visibilità ai film. E' una vera battaglia e se un festival ha un'offerta enorme, ad esempio di 300 opere, diventa naturalmente più difficile, sei costretto a pagare per ottenere visibilità, a meno che il tuo titolo non sia particolarmente atteso o di un regista molto importante. Invece piccole realtà come quella di Lecce permettono ai film di essere visti con più facilità.

 

Paulo BrancoAnche in Portogallo ci sono i problemi legati ai finanziamenti statali che tengono banco in Italia?

 

I problemi in realtà sono sempre gli stessi dappertutto. Cambiano i paesi e quindi le difficoltà, ma i problemi ci sono sempre. Io comunque preferisco essere ottimista, la crisi più grande in Portogallo l'abbiamo avuta negli anni Ottanta, eppure registi come Monteiro, Pedro Costa o De Oliveira hanno fatto dei capolavori in quel periodo. E poi bisogna considerare che ai grandi registi serve tempo, spesso devono passare anni prima che siano riconosciuti. Pensate ad Almodovar, che ha avuto i suoi riconoscimenti dopo 10/15 anni, De Oliveira addirittura dopo 50, è davvero un caso limite. Quindi il lavoro del produttore consiste anche nel credere in un regista lungo un arco di tempo più lungo. Per il resto ci sono realtà come la Francia, che attualmente è il paese europeo che produce di più, ma questo non necessariamente porta a risultati eccellenti, la quantità non sempre coincide con la qualità. Fare film è un miracolo.

 

Qual è il tuo rapporto con il cinema italiano?

 

Da cinefilo è da sempre un grande rapporto. Come uomo di cinema ho aiutato Bernando Bertolucci per Piccolo Buddha e ho lavorato con Valeria Bruni Tedeschi, ma in generale non ho molto rapporti.

 

E poi hai lavorato, sempre con Bertolucci, in Novecento, ma come attore…

 

No, questa è una voce che continua a diffondersi, anche se la smentisco sempre, non ho lavorato nel film. Anzi, se riuscite a scoprire chi è quel Paulo Branco fatemelo sapere. A volte penso che Bernardo ha inserito quel nome perché voleva qualcosa da me.

 

Non ti è dunque mai capitato di esaminare un progetto italiano per poi abbandonarlo?

 

In realtà il mio lavoro ha base soprattutto in Portogallo e in Francia, quando ho lavorato in altre realtà è stato perché i registi comunque avevano dei collegamenti con questi due stati, magari ci eravamo trovati in occasione di festival e mi avevano fatto sapere di essere alla ricerca di un produttore. Quindi semplicemente non ho avuto “bisogno” di avere un regista italiano e loro non hanno avuto bisogno di me. D'altronde non intendo “collezionare” tutti gli stati del mondo. Considerate poi che ci sono stati dei casi in cui ho provato a produrre in altre realtà, ma sono stato svantaggiato dalle diverse regole del mercato. Ad esempio in Inghilterra si lavora solo sulla base di una sceneggiatura già pronta. Lì il produttore di Full Monty, Uberto Pasolini, mi disse che comunque potevo considerarmi fortunato perché lui su quel film non ha avuto nessuna quota.

 

In realtà bisogna considerare anche la scarsa propensione dell'Italia alle coproduzioni: qui a produrre sono sostanzialmente due grandi realtà e anche laddove i titoli indicano una coproduzione con l'estero si tratta in realtà di prevendite.

 

Ogni paese è differente, 30 anni fa mi dicevano che in Italia era sopravvenuto un cambio di potere, in Francia ci sono anche 4 o 5 realtà produttive importanti, anche se c'è più spazio per un certo rischio. In Portogallo abbiamo un Istituto pubblico che è un po' più democratico rispetto alla realtà italiana.

 

Ma il cinema italiano è distribuito in Portogallo?

 

Sì, attualmente ci sono 5 o 6 titoli in distribuzione, abbiamo per fortuna alcuni produttori indipendenti che permettono di vedere molto cinema.

 

Da voi comunque si distribuiscono più film d'autore che commerciali, giusto?

 

Questa distinzione in realtà per me non esiste, un film è “commerciale” quando ottiene visibilità ovunque: Almodovar in questo senso può essere considerato un regista commerciale perché i suoi film sono visti in tutto il mondo. Mentre Cronenberg, Spielberg, Coppola, possono sicuramente essere definiti autori. Per quanto mi riguarda Il mistero di Lisbona è stato il mio film più commerciale.

30 anni fa, Francisca ha permesso a De Oliveira di continuare a fare cinema, perché fu presentato a Cannes, ebbe poi una proiezione speciale a Venezia, uscì nelle sale in Francia, ottenne critiche entusiastiche, ma poi raccolse solo 800 spettatori. Eppure è rimasto come film: allora non c'era questa dittatura dei numeri che c'è adesso, se si fossero applicare allora le regole di oggi Resnais non avrebbe più lavorato. Bisogna cambiare queste regole, ad esempio io sono per internet libero nonostante si tenti sempre di controllarlo. E' singolare che questa nostra professione, che dovrebbe essere all'avanguardia nella comunicazione, è invece molto conservatrice, ma le opere devono poter essere diffuse. Ad esempio con il film di Cronenberg su cui sto lavorando è successa una cosa molto singolare: gli attori che volevano lavorare al film si dicevano entusiasti della sceneggiatura, che però noi non avevamo diffuso. Pensavo che l'agente di Cronenberg avesse diffuso un po' troppo lo script, invece poi abbiamo scoperto che si trovava su Internet e gli attori lo avevano letto lì. Non è possibile controllare tutto questo e bisognerebbe invece sfruttarlo per migliorare la visibilità delle opere. A volte mi dicono che sono a favore della pirateria, ma è anche vero che la pirateria agisce su film che hanno già una loro credibilità.

 

Ruiz è “piratato”?

 

Spero di sì.

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