XIII FESTIVAL DEL CINEMA EUROPEO – Sguardi in cerca di modernità


La nuova edizione del festival leccese lascia trapelare qualche stanchezza della formula, ma regala in ogni caso piccole scoperte e consolida la passione e la voglia di un progetto che cerca sempre di intercettare le opere e i nomi più vitali della scena passata e presente. Un appuntamento che è capace di aprirsi e coinvolgere la realtà cittadina nelle sue varie articolazioni, offrendo iniziative aggreganti che vanno ben al di là della semplice esigenza di chiudere un programma

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VacuumIl 13 ha fama di essere un numero ambivalente, fortunato per gli europei e decisamente infausto per gli americani. Per il festival salentino è innanzitutto un traguardo importante: arrivare a tredici edizioni significa non solo consolidare il proprio appuntamento con la città, con gli appassionati e con un progetto in cui si crede, ma anche essere riuscito a sopravvivere ai mutamenti del mercato, fra crisi e rivalità con le manifestazioni vicine. Ma la natura ambivalente del numero la ritroviamo anche nell'esito interlocutorio di un'edizione che stavolta ha mostrato una certa stanchezza della formula, irrigidita in una scansione che rischia di soffocare la possibilità di offrire percorsi inediti e spiazzanti. Accusateci pure di pregiudizio, ma l'ennesimo omaggio a Emir Kusturica (ormai un habitué dei festival) non suscita il nostro entusiasmo e ci sembra più il frutto di un guardare indietro che avanti; lo stesso dicasi della personale su Sergio Castellitto, attore che appare spesso proteso a un desiderio di leggerezza negato da performance sempre un po' troppo assorte, tipiche di chi ha scelto i modelli sbagliati o magari è semplicemente arrivato fuori tempo massimo.

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Fin qui, però, si può sempre tirare in ballo il pregiudizio – appunto – o il gusto soggettivo, restiamo allora su quel concorso lungometraggi che da sempre ci è parso lo spazio più vitale e interessante per la sua capacità di scegliere pellicole in grado di guardare al reale senza filtri accomodanti. Anche in questo caso la selezione è parsa sottotono, e film come lo spagnolo No tengas miedo di Montxo Armendariz, sul dramma degli abusi sessuali consumati in famiglia, rappresenta un perfetto paradigma di un voler affrontare un tema delicato e importante, ma fermandosi alla sua messinscena lineare, senza elaborarlo in una forma cinematografica compiuta.

 

Non cadiamo però nell'errore di pensare che il bilancio sia negativo perché non è assolutamente così: lo si rammentava in apertura, il Festival del Cinema Europeo è uno di quelli che credono fermamente nel proprio progetto e lo portano avanti con passione, dunque non si tratta di affondare la barca, ma al contrario di imprimerle quei piccoli cambiamenti di rotta in grado di rinnovarne la forza esplorativa. Perché poi, quando ci muoviamo fra i meandri del programma, ci accorgiamo che lo sguardo sa ancora offrirci piacevoli primizie, come il progetto Short Matters, capace di attirare persino la forza vitalistica di un Terry Gilliam; oppure lo sguardo sul reale che ha offerto le prime avvisaglie di possibili applicazioni transmediali della formula-festival, attraverso la proiezione di Cesare deve morire dei Fratelli Taviani alla casa circondariale della città. Non dimentichiamo inoltre il progetto fra cinema e musica incentrato sull'arte di Enzo Gragnaniello, prima protagonista del bel documentario Radici di Carlo Luglio e poi mattatore di un bellissimo concerto che ha incantato il pubblico leccese. E' in questi momenti che si ha forte la percezione di un appuntamento che funziona, ed è capace di aprirsi e coinvolgere la realtà cittadina nelle sue varie articolazioni, offrendo iniziative aggreganti che vanno ben al di là della semplice esigenza di chiudere un programma.

 

Oslo August 31stNé va sottostimato il numero di premi raccolti dall'italiano Vacuum, di Giorgio Cugno, sulla depressione post-parto e che ha subito ringalluzzito i supporter del cinema italico: è una cosa buona che Cugno abbia attirato tanto favore, ma non per mera militanza da ultras tricolore, quanto perché è il sintomo che il cinema nostrano, quando vuole, sa produrre risultati interessanti e capaci di attirare attenzione, quindi diventa un potenziale su cui investire. Peccato che poi l'Ulivo d'Oro sia andato al norvegese Oslo, August 31st di Joachim Trier, autore che peraltro aveva già vinto una precedente edizione: una scelta che ci è parsa un compromesso al ribasso, con questa storia tutto sommato lineare e in odore di già visto di un ragazzo in libera uscita dalla sua comunità per tossicodipendenti per cercare lavoro nella capitale. Un viaggio che diventa una presa di coscienza dell'essere ormai fuori dal mondo e del non sentirsi più protagonista della propria vita. Ci consola il premio del Sindacato Giornalisti Cinematografici all'attrice Olga Simonova, per la toccante performance offerta in Bedouin, ottima pellicola russa di Igor Voloshin, che racconta il dramma di una madre ansiosa di aiutare la figlia malata di leucemia con un'elaborazione dei toni e dei tempi vicina a certo cinema noir mitteleuropeo. Quando vediamo la sicurezza con cui Voloshin passa da momenti forti e che esplorano il degrado delle realtà attraversate dal suo personaggio, a un finale lirico che apre la struttura narrativa a slanci più rarefatti, intravediamo quella capacità di fare cinema che cerchiamo da queste opere.

 

Se comunque dovessimo scegliere un nome che meglio di tutti gli altri ha rappresento la missione di ricerca offerta dal Festival del Cinema Europeo, sicuramente la scelta ricadrebbe su Ken Russell, protagonista di un piccolo ma sentito omaggio, anche ben premiato dalla risposta del pubblico e sul quale torneremo in un approfondimento a parte. Ecco, magari potenziare questi spazi di ricerca su figure da riscoprire potrebbe rappresentare un ottimo biglietto da visita per le edizioni future, nel segno della continuità con la propria tradizione, ma con il chiaro intento di andare oltre le certezze.

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Le Arene estive di Cinema a Roma

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