Yara, di Marco Tullio Giordana

Dal ritrovamento del corpo della ragazza scomparsa inizia il racconto che Marco Tullio Giordana, con Yara, ha costruito intorno alla materia ancora incandescente del famoso caso di cronaca. Su Netflix

26 Febbraio 2011. È una di quelle giornate dal freddo intenso che solo la provincia lombarda sa regalare in inverno. Nella campagna bergamasca, a pochi chilometri da Brembate, un aeromodellista sta facendo volare un aereoplanino telecomandato. Non c’è nessuno intorno, per questo l’uomo può esercitarsi in acrobazie sempre più audaci, senza il rischio di mettere in pericolo nessuno. All’improvviso, però, il modellino, forse per un guasto o per l’inesperienza del suo pilota, perde quota e precipita in un campo. Il proprietario corre nel punto del piccolo schianto e, insieme al suo aereo mal ridotto fa un’agghiacciante scoperta. Il modellino, infatti, si trova accanto ad un corpo in avanzato stato di decomposizione. Non serve essere un anatomopatologo per capire a chi appartengono quei resti martoriati, la tenuta sportiva da danzatrice sporca di terra e di sangue, il piccolo cappotto gettato come fosse un rifiuto. L’aeromodellista, per una pura casualità ha portato a termine una delle ricerche più sofferte della storia recente italiana. L’uomo ha messo fine a una delle attese più atroci che ha tenuto in ansia l’intera Nazione: ha trovato Yara Gambirasio.

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Da quella terribile giornata di oltre dieci anni fa inizia il racconto che Marco Tullio Giordana ha costruito intorno alla materia ancora incandescente del caso Yara.  Il regista milanese raccoglie la sfida lanciatagli da Taodue di addentrarsi nell’orrore della cronaca più nera cercando allo stesso tempo di rimodulare gli stilemi del suo Cinema Etico con il linguaggio spettacolarizzato e serializzato delle docu-serie da binge watching. Con Yara, infatti, il crime italiano irrompe su Netflix e si inserisce nell’accurata, ossessiva e frenetica selezione di prodotti neri che il colosso streaming ha riversato nel suo mercato senza confini. Forte della propria supremazia sui Canali Mediaset, Pietro Valsecchi dunque cerca di portare la sua narrativa di impegno sociale nazional-popolare, anche sulle piattaforme, puntando sulla trasposizione di una vicenda totale. Per chiunque segua le correnti del racconto di Nera, sa bene quanto la storia della sfortunata Yara Gambirasio racchiuda in sé tutti gli elementi del perfetto Caso di Cronaca: la provincia italiana anonima, la vittima innocente e indifesa, la lunga attesa (piena di speranza) prima del fortuito ritrovamento, il colpevole imprevisto ma subito condannato dall’opinione pubblica, i colpi di scena durante le indagini e il processo… A tutto ciò si aggiunge lo straordinario corso delle indagini che, tra campioni di Dna e acrobazie biogenetiche, hanno creato il mito del famigerato Ignoto 1, il colpevole senza volto, individuato attraverso procedure mai usate prima dagli inquirenti italiani.

Gli ingredienti narrativi per una grande storia crime, di quelle su cui Netflix ha basato il suo successo (stracciando la concorrenza con la ugualmente meritevole programmazione Discovery, troppo spesso liquidata con i marchi infamanti di kitsch e trash) ci sono tutti. Non è un caso che il team di 42, abbia lavorato da anni sulla vicenda e l’abbia scelta definitivamente per uscire dopo il boom di SanPa. Per questo la Taodue, per lanciare il suo assalto a Netflix, decide di raccontarne i dettagli, affidandosi al saldo ma pacificato approccio di Giordana. Con una carriera che spesso ha attraversato i territori dei cosiddetti Misteri italiani (Delitto Pasolini, la strage dell’Heysel, piazza Fontana, la morte di Impastato), Giordana ha fatto spesso per il cinema quello che Carlo Lucarelli e Blu Notte hanno fatto in televisione nei primi anni 2000. Semplificare, con cura e intelligenza, il caos della realtà, consegnando al proprio pubblico una versione della Storia dritta, forse di parte, ma senza ombre, con nomi e cognomi, regalando per qualche minuto uno sprazzo di verità. Certo, usando un linguaggio e uno spazio più stretto, il lavoro di Lucarelli è sempre stato più accurato e verosimile di quello del suo corrispettivo cinematografico, costretto dagli obblighi della narrativa di finzione a optare per scelte più fantasiose, ad aprirsi a più libertà. Entrambi, però, pur con i propri limiti, hanno provato a regalare un po’ di verità al proprio pubblico, dando piccole rivincite anche alle vittime al centro dei loro racconti.

Il problema, però, è che la visione che Giordana dà dell’omicidio di Yara e della caccia al suo colpevole non riesce mai ad andare fino in fondo, rimanendo in un’umile dimensione di normalità. In un immaginario collettivo che ha visto tre stagioni di True Detective, due di Mindhunter e centocinquantasette minuti di Zodiac, non è possibile limitarsi alla superficie. Il rispetto per i protagonisti e i dolori della vicenda reale è sacrosanto ma Yara è un film che, come in altre opere di Giordana, sceglie consapevolmente una, ed esclusivamente una, versione della storia e su quella costruisce spettacolo. Chi conosce la cronaca sa che gli autori hanno compiuto degli adattamenti per rendere la vicenda più addomesticata e riconoscibile per un pubblico mainstream. Yara è un’opera che si ferma un attimo prima di prendere qualsiasi strada minimamente disturbante e/o disturbata. Non è, infatti, una storia che si sporca dentro il sangue della Morte o nella follia dell’Assassino, dato che il Mostro Bossetti (sempre magnifico Roberto Zibetti) ci è consegnato senza nessun approfondimento. Non è un’opera che analiticamente segue l’ossessione degli inquirenti e il fascino nerd delle straordinarie indagini scientifiche. Giordana, infatti, ne segue lo svolgimento sempre in modo didascalico e mai coinvolgente, come se in realtà non lo interessasse davvero. Il regista milanese, così, rimane sulla via più semplice, senza deragliare, collezionando idee e trovare più adeguate alla propria sensibilità. La caratterizzazione progressista della giudice di Isabella Ragonese (enfatizzata dalla creazione del villain-senatore dal sapore sovranista che ne chiede continuamente le dimissioni) risponde, ad esempio, al desiderio di inserire questa versione cinematografica della procuratrice Ruggeri, ancora oggi alla procura di Bergamo, nel ricco album democratico di detective infallibili che popolano la nostra televisione mainstream, che ad una vera aderenza alla realtà. Questa standardizzazione, però, non impedisce a Giordana di trovare spesso alcuni, brevi, attimi illuminanti come le scene della raccolta a tappeto di “tamponi” di DNA. Immagini che rimandano alla nostra attualità, un richiamo evidente ad un altro terribile capitolo della storia recente di Italia e, in particolare di Bergamo.

Peccato che queste derive vengano subito riportate sulla retta via, in un racconto pacificato, retto. Yara è una storia in cui non ci sono dubbi, mai. Le indagini, inedite e perfette, e i lutti, atroci e inspiegabili, sono portati sulle spalle di un team di donne che rende l’opera un crime movie femminile e femminista. La vittima, la detective che indaga, le scienziate che studiano e trovano le soluzioni, la madre e la sorella che piangono, la moglie del mostro che rimane stordita. Tutte queste figure femminili forti e statiche portano il film sui territori di Nome di donna dello stesso Giordana più che dalle parti di Pizzolatto o di Fincher.  Probabilmente questa è la scelta più giusta, la più empaticamente intelligente per raccontare una vicenda dolorosissima ancora non chiusa. Da spettatori, da amanti del crime, però non riusciamo a non rimpiangere il film più coraggioso, più vero, più sbagliato che la storia di Yara, magari tra anni, ad una giusta distanza, avrebbe meritato.


Regia: Marco Tullio Giordana
Interpreti: Chiara Bono, Alessio Boni, Isabella Ragonese, Sandra Toffolatti, Mario Pirrello, Thomas Trabacchi, Roberto Zibetti, Miro Landoni, Andrea Bruschi
Distribuzione: Netflix
Durata: 91′
Origine:
 Italia, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
1.67 (3 voti)
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