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Yellow Letters, di İlker Çatak

Attraverso la vita di una coppia di artisti racconta il diffondersi di un sistema autoritario e della crisi di coscienza nel venire a patti con i propri ideali. Berlinale76. Concorso

Dove si incontrano l’arte ed il potere? Qualcuno risponderebbe che quando si incontrano senza scontrarsi, uno dei due, cioè l’arte, è moribonda, mentre l’altra chiede gesti di riverenza. Perché l’arte non apprezza compromessi, altrimenti diventa vassalla, perde la sua identità e la sua autonomia. L’arte deve essere coraggiosa e imprudente, motivata da una fiamma che brucia anche quando bisognerebbe restare al buio. İlker Çatak quando guarda all’Anatolia, il film si muove idealmente tra Ankara ed Istanbul, vede quella notte che arriva. Derya e Aziz (ottima la loro performance attoriale) sono una coppia di artisti, lei il corpo performativo e la voce del lavoro di scrittura di lui. Vivono nella capitale e la loro carriera fa faville, quando una banalità, una semplice foto mancata con il governatore, li renderà invisi al regime e costretti addirittura ad abbandonare la città per ritrovare un margine di respiro. Le lettere gialle del titolo sono già qualcosa di più di un mandato di comparizione, sono una messa all’indice, una lista di proscrizione.

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La vicenda dei protagonisti racconta molto della Turchia contemporanea del dittatore Erdoğan, una società illiberale dove vengono meno i diritti giorno per giorno, e chi osa alzare la testa per dissentire viene esposto a ritorsione, la sua vita trasformata in un inferno. Il rapporto con il potere è incorporeo, ritratto in fuoricampo, anche se ne vediamo le conseguenze terrene, le ricadute materiali, un’entità astratta lontana e intoccabile che agisce nell’ombra con la complicità dei delatori. La linea narrativa dedicata all’ambito professionale va di pari passo con quella familiare. Oltre che artisti Aziz e Derya sono genitori di Ezgi, una ragazza quattordicenne, confusa tanto quanto è lecito aspettarsi da un adolescente, guidata da una logica impulsiva e poco razionale. Una figura scelta non a caso per estendere la traccia tematica del contrasto insanabile tra la coerenza dei principi e la necessità di rendersi diplomatici. Soprattutto dentro un mondo che non concede sconti e chiede di piegarsi, pena la punizione. Per Derya, un’attrice all’apice del suo percorso artistico, significa l’allontanamento coatto dalle scene, per Aziz la sospensione dal ruolo accademico che ricopre, con le accuse generiche e pesantissime di fomentare una sovversione e fiancheggiare il terrorismo. Costretti dalla situazione a lasciare Ankara, marito e moglie trovano rifugio a Istanbul.

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I momenti di difficoltà sono il banco di prova principale per entrare nella parte centrale del dramma, ed attraverso essi il regista esprime l’aspetto conflittuale. Il discorso etico e morale coinvolge a cascata la sfera privata, poi si abbatte come una scure sul lato coniugale. Aumentano i dubbi, i dilemmi, le paure, le domande chiedono delle risposte immediate alla condizione di disagio. Di primo acchito trovano un riscontro amaro e molto verosimile, una conciliazione con la realtà che comporta la perdita dell’innocenza. L’apparente mancanza di ipocrisia non riesce a cancellare però il dato dolente della perdita di una purezza che si vuole intoccabile. La vita con un colpo di spugna li costringe ad aprire gli occhi, stravolge ogni piano, lascia trapelare un senso di impotenza ma anche a liberare delle risorse. Suona simile ad un segno di resa, poi Yellow Letters nel finale si apre ad una speranza e nel cambiamento trova uno spiraglio di luce, quando la realtà ha una faccia feroce e la tolleranza si rivela la medicina migliore contro un’ottusa rigidità utile soltanto a gettare benzina sul fuoco. C’è qualche digressione di troppo, nel complesso pesa poco e non riduce la forza del messaggio di cui si fa portavoce.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.4
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Il voto dei lettori
5 (1 voto)

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