Zabriskie Point, di Michelangelo Antonioni

Quando è uscito nel 1970, fu criticato aspramente ed è stato un disastro commerciale. In realtà è un film profetico con due scene memorabili tra cui il finale. In streaming su iTunes

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“Forse il film è la storia di una ricerca, di un tentativo di liberazione. In un senso interiore e privato. Ma a confronto della realtà provocatoria dell’America intera. Se le esistenze private non sono più districabili dalla realtà confusa e violenta che quotidianamente le assedia, la colpa non è mia, e non lo è neppure dei miei personaggi…” Michelangelo Antonioni su Zabriskie Point

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15 BORSE DI STUDIO DELLA SCUOLA SENTIERI SELVAGGI

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Michelangelo Antonioni e l’America. Dopo il deserto filosofico di Blow-Up che si concludeva con la scomparsa del singolo individuo nel mare dell’oggettività, il deserto del reale della Death Valley Californiana, il punto più basso dal quale osservare l’implosione/esplosione della società occidentale. Non credo Zabriskie Point sia un film politico antiamericano come dichiarato da gran parte dei critici USA, ma sia all’opposto un film etico/poetico sulle ingiustizie e aridità di una società che ha nelle sue fondamenta i germi del realismo capitalista di Mark Fisher.

Mark (Mark Frechette) e Daria (Daria Halprin) sono due ragazzi che si incontrano casualmente e iniziano una relazione fatta inizialmente di molte parole (anche troppe) e poi di un lungo amplesso nel deserto. I loro destini si separeranno ma il potere dell’immaginazione (se l’immaginazione è al potere) ribalterà tutto in una apocalittica esplosione. All’uscita nel 1970 il film fu criticato aspramente e fu un disastro commerciale: Roger Ebert scrisse una critica stizzita che stroncò il modus operandi del regista ferrarese nel suo approccio formalista alla società americana. In realtà Antonioni aveva previsto tantissime cose a lungo termine: il fallimento del movimento contro-culturale dilaniato all’interno da problematiche razziali e dall’individualismo borghese (la scena iniziale con le diverse voci che si scontrano e si accavallano al ritmo tribale di Heart Beat Pig Meat dei Pink Floyd è eccezionalmente riuscita); la violenza reazionaria delle forze di polizia che abusano del proprio potere fino ad arrivare all’omicidio; l’anima velleitaria di una rivolta che si basa solo su “peace and love” ma che non riesce a passare dalle parole ai fatti; la auto implosione di una società dei consumi in cui le cose sono più importanti delle persone e in cui la colonizzazione degli ambienti naturali avviene in maniera scriteriata e anti-ecologica (le costruzioni nel deserto, l’acqua dirottata in mezzo alle rocce, i drive-in turistici in mezzo al nulla, la onnipresenza dei cartelloni pubblicitari).

L’elemento femminile prende il sopravvento su quello maschile e sceglie la via della ribellione, tirandosi fuori dal gioco voluto dal sistema di potere. Daria è l’amante del suo capo (Rod Taylor) ed anche la sua fac-totum. Si spinge fino in Arizona e qui incontra residui di una umanità decadente come teppisti bambini e ex pugili sdentati. Daria conosce l’amore con Mark e dopo la sua morte sa quale è la cosa giusta da fare, a maggior ragione dopo avere visto una domestica nativa americana nella villa del suo ricco amante. Non è vendetta, né terrorismo ideologico. Si tratta di uscire fuori dagli ingranaggi della macchina del denaro. Nel passaggio dalla California alla Arizona ascoltiamo anche le note di Dark Star dei Grateful Dead e di Got The Silver dei Rolling Stones. In una sosta a un vecchio saloon c’è pure un chiaro omaggio alla mitologia western. Mark ha invece un furore romantico che non è costruttivo, ruba un aereo per gioco e fa la sua serenata in cielo volteggiando più volte vicino alla macchina di Sara come fosse in Intrigo internazionale di Hitchcock. Il suo lasciare le cose a metà trasforma la forza di volontà in futile velleitarismo. Dopo l’amore, ridipinge l’aereo di rosa e letteralmente si suicida lasciandosi crivellare di colpi dalla polizia. La scena della sua morte è girata con sinuosi circolari movimenti di macchina che si avvicinano rispettosamente all’abitacolo del velivolo rendendo il momento sacro.

Antonioni sottolinea la stupidità e violenza di un sistema che ha perso le coordinate culturali (non si sa chi è Karl Marx) e in cui ogni cittadino è autorizzato a farsi giustizia da sé (il discorso del venditore d’armi che consiglia di trascinare il cadavere del ladro in casa per approfittare della legittima difesa). Due le scene memorabili: quella delle coppie che si moltiplicano facendo l’amore nella Death valley al suono della chitarra di Jerry Garcia in un trionfo di Eros su Tanathos e la esplosione finale del complesso residenziale a Phoenix girata da 17 punti di vista differenti sulle note di Come in Number 51, Your Time Is Up dei Pink Floyd. Sono due momenti di pura immaginazione ma è proprio quella che salva Daria da un eccesso di realtà insostenibile. Il tramonto della società occidentale è infine commentato dalle note di So Young di Roy Orbison che venne aggiunta in un secondo momento dai produttori della Metro Goldwyn Mayer.

Sceneggiato da Sam Shepard, Clare Peploe, Tonino Guerra, Fred Gardner e lo stesso Antonioni, Zabriskie Point è un atto d’accusa contro una società individualista che ha perso di vista il bene collettivo. La solitudine di Daria di fronte ai colori del tramonto è in fondo quella di qualsiasi idealista che si scontra con la durezza di una realtà confusa e violenta. Il tentativo di liberazione presuppone questo rigoroso esame di coscienza: alla fine quale è il prezzo della società del benessere? E cosa è che esplode l’America o il Sogno Americano?

 

Titolo originale: id.
Regia: Michelangelo Antonioni
Interpreti: Mark Frechette, Daria Halprin, Paul Fix, G.D. Spradlin, Bill Garaway, Kathleen Cleaver, Rod Taylor
Durata: 113′
Origine: USA, 1970

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
Sending
Il voto dei lettori
3 (2 voti)
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Le Arene estive di Cinema a Roma

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