ZEBRA CROSSING. Biennale 2021. How will we live together? L’Arsenale risponde

L’Arsenale di Venezia come piattaforma di lancio di domande fondamentali per il nostro futuro. Le installazioni rispondono aprendo altri quesiti. Lo sguardo di Zebra Crossing indaga

Nella precedente puntata di Zebra Crossing si è parlato della Biennale di Architettura 2021 curata dall’architetto Hashim Sarkis e dal titolo: “How will we live together?”.

La mostra si articola in cinque scale (o sezioni):
– how will we live together amongst diverse beings?
– how will we live together as new households?
– how will we live together as emerging communities?
– how will we live together across borders?
– how will we live together as one planet?

Leggendo i titoli delle sezioni facilmente si può immaginare un movimento di macchina ad allargare dal punto più stretto (la convivenza tra esseri umani, per esempio una coppia) al punto più largo (la convivenza di tutti noi su questo piccolo pianeta).

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BORSE DI STUDIO IN SCENEGGIATURA, CRITICA, FILMMAKING – SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI


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In effetti affrontare la mostra in modo casuale potrebbe essere fuorviante perché, iniziando dalla prima scala posta all’inizio del lungo corridoio delle corderie all’Arsenale, si può percepire la gradualità di questa esplorazione dal microcosmo al macrocosmo.

Come vivremo insieme?
Per evitare vaghe astrazioni Sarkis, nella presentazione della mostra, analizza il titolo parola per parola. Su due particolari vogliamo soffermarci: il futuro della forma “will” e il punto di domanda alla fine. Sarkis spiega: “will esprime il tempo futuro e segnala uno sguardo rivolto al futuro, ma anche la ricerca di visione e determinazione, attingendo alla forza dell’immaginario architettonico”, mentre il punto di domanda “?” indica: “una domanda aperta, non retorica, che cerca (molte) risposte, che celebra la pluralità dei valori in e attraverso l’architettura”.

Uno sguardo rivolto al futuro; una ricerca di determinazione attingendo all’immaginario architettonico; una domanda aperta che celebra la pluralità dei valori attraverso l’architettura.

Subito viene in mente come i due elementi linguistici siano molto vicini al non visibile e al fuoricampo già incontrati per i Padiglioni. Il futuro non lo possiamo ancora vedere e la domanda apre una possibilità. Vediamo come.

Tra esseri diversi
La prima scala “Amongst diverse beings” vede subito la potente, pessimistica visione dello studio di Allan Wexler col suo “Table for the typical house” (per la raccolta “Social Contracts”) dove un tavolo è diviso da due pareti che si intersecano al centro di esso, creando quindi quattro “stanze” non comunicanti in cui mangiare da soli.

Nella sua sinteticità la visione di Wexler è talmente drammatica e precisa da porre in secondo piano l’installazione centrale della prima sala cioè “Alasiri: Doors for Concealment or Revelation” dell’artista nigeriana Peju Alatise. Questi, con le sue porte, sembra voglia dare una chance all’Occidente di liberarsi dei propri schemi per varcare queste soglie verso un futuro più comunitario. Ma il terreno di scontro nella stessa sala è subito violento e la speranza viene immediatamente sopita.

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Come nuove famiglie
La seconda scala “New Households” mostra lavori che interrogano la vita domestica. “Refuge for Resurgence” dello studio Superflux si staglia nettamente per la forte visione postapocalittica. L’uomo, gli animali, le piante e i funghi finalmente seduti insieme allo stesso tavolo di quercia per banchettare e forse discutere su come ricominciare la vita sulla Terra, dopo la distruzione causata dal repentino cambiamento climatico. Il convivio gioca molto sul fuoricampo chiedendo di immaginare commensali di cui abbiamo solo alcune tracce (il pelo per il gatto, il guano per il piccione) mentre un video alla testa del tavolo presenta una giornata di sole dopo il diluvio.

Causa spazio non possiamo che accennare a interessanti lavori come “Interwoven”, “Bit.Bio.Bot.”, “Imagined Households” e “Material Culture” su cui si potrebbe facilmente approfondire. Ma non possiamo tralasciare il geniale pavimento “Ground” dei fratelli portoghesi Aires Mateus. Steso a terra per una lunghezza di 22m e una larghezza di 3m, “Ground” cattura il nostro sguardo intimorendoci subito a causa della sua ostentata ambiguità interattiva. Preso coraggio iniziamo a camminare su questo terreno reso accidentato dalle mattonelle volutamente sconnesse e dalle molte scanalature. I fratelli creano un passaggio da attraversare stando attenti alla sua bellezza, metafora chiarissima che ritroveremo.

Come comunità emergenti
L’ultima scala all’Arsenale è la parte più ricca di intuizioni e di lavori di alto livello. “Emerging Communities” esibisce la fragilità degli imprescindibili rapporti che intessiamo nelle nostre comunità.

Concepito come vero e proprio manifesto “for the future of urban practice” il lavoro “How to begin again” dello studio Cohabitation Strategies ha, tra i suoi molti pregi, l’esibizione dei problemi sociali più pressanti (dal razzismo, alla criminalità, all’ignoranza) in forma di dati finanziari stile insegne luminose del Nasdaq a Time Square. Questo approccio, molto “Data Journalism”, fa da varco ad una installazione concepita come percorso utile a portarci verso una nuova consapevolezza delle possibilità di costruire città ambientalmente e socialmente giuste. Tutto aiutato da concetti esposti di menti illuminate in questa battaglia, da Laurie Anderson a Slavoj Zizek.

La determinazione di Cohabitation Strategies nel trovare una risposta al titolo della mostra viene ribadita anche dallo studio spagnolo Pràctica con il lavoro “River Somes”. Il movimento fisico obbligato tra due strisce di cartongesso per terra all’interno dello spazio definito dai muri dell’Arsenale è lo stratagemma con cui, impedendo un nostro passaggio libero, veniamo costretti a porre l’attenzione su locali problematiche comunitarie a noi lontane, per comprendere come possano interessare anche il nostro quotidiano.

L’attraversamento alla base della visita all’Arsenale, del suo lungo corridoio e delle molte visite “dentro” le opere, raggiunge un ulteriore livello con “Learning to live together” di Marie Lou e Pegor Papazian del TUMO Center di Yerevan in Armenia. L’installazione riproduce l’ambiente educativo del centro, con le sue vertebre portacavi che, arrivando ad altezza dei nostri occhi, ci porgono piccoli monitor su cui vediamo gli adolescenti durante le loro attività didattiche. Le vertebre creano una foresta in cui perdere l’orientamento tra suoni, video e “rami tecnologici”, un disorientamento adatto a ritrovare l’ebbrezza giovanile delle prime fasi dell’apprendimento scolastico adolescenziale.

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Sia le opere analizzate finora, sia le successive, portano palesemente il nostro occhio ad agire. Questo punto è fondamentale nel cambio di prospettiva dal Cinema contemplato sul grande schermo di prima, al Postcinema con cui interagiamo sui nostri piccoli schermi ogni giorno oggi. Il nostro perenne movimento, che non implica però assenza di riflessione, è esattamente metaforizzato dalla figura dell’attraversamento.

Infatti questi è il principale motivo della bellissima “City to Dust” dello Studio L. A. La pianta stilizzata di Venezia è ridata da piastrelle in marmo e vetro che, venendo calpestate per passare alla sala successiva, inevitabilmente si rovinano. Lentamente quindi, dall’apertura della Biennale, i visitatori rovinano quotidianamente l’opera, e questa “azione” viene documentata da foto appese mensilmente fino alla chiusura di novembre. Come per “Ground” si chiede una nostra azione ma senza quell’ambiguità, bensì con la chiarezza documentata della fragilità di un territorio messo a rischio dal numero di turisti che lo attraversano.

Come detto il livello della terza scala è molto alto, e anche qui siamo costretti solo a nominare “The hall of protocols” di Aristide Antonas, “Hacking (the resort)” dello studio Storia Na Lugar, “The Complete City” dello studio Enlace Arquitectura, “Life beyond earth” di Skidmore, Owings e Merrill e “Hospital of the future” dello studio OMA. Tutti illuminano il futuro con una luce inquisitiva che a tratti diventa monito di preoccupazione (“Hacking” e “Hospital”), a tratti diventa speranza (“Life beyond earth”) e comunque sempre restano forti di una teorizzazione minimale che ci interroga ponendoci davanti a uno specchio (“The hall of protocols” e “The complete city”).

Attraverso i confini e sul pianeta Terra
Il passaggio al Padiglione Centrale dei Giardini, dove la mostra è divisa tra “Across Borders” e “As one Planet”, risente di un calo e di un distanziamento (è il caso di dirlo) dalla puntualità teorica dell’Arsenale.

Ci sono però eccezioni.
Nella sezione “Across Borders” lo studio Aerocene espone il lavoro “Museo Aero Solar For an Aerocene Era”, una stanza di sacchetti di plastica tagliati ed incollati l’uno all’altro per avere una bolla areata che possa essere vissuta dagli avventori. Tutto riciclando i sacchetti persi per il mondo a creare delle tele su cui si può interagire.

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“Museo Aero Solar For an Aerocene Era” from Zebra Crossing Webzine on Vimeo.

Aestetic Borders” dello studio Forensic Oceanography pone l’attenzione sulla frontiera del Mediterraneo usando vari metodi di ricerca e supportato da molto materiale video originale. Si rimane spiazzati sia davanti alla tragedia che per il modo con cui lo studio riesce a presentarla, scevro da ogni sentimentalismo ma completamente legato all’evidenza “forense” (appunto) dei fatti. Alla domanda della mostra lo studio risponde ponendo dubbi sulla nostra umanità.

Infine “Oca Red” dello studio Acasa Gringo Cardia Design, che con una semplice proiezione rivela la vita di una Oca, la tipica casa degli Xingu in Mato Grosso. Il presente della deforestazione si unisce al passato ancestrale indigeno per ridare il senso di una comunità che vuole difendersi dal progresso senza senso dell’Occidente. La semplicità di immagini video e suoni palesano la potenza di un luogo e di una cultura che dobbiamo salvaguardare se vorremo vivere insieme su questo pianeta in futuro.

Arrivati alla scala finale “As one planet” siamo forse stanchi per questa maratona e ci fa bene il tenue, gentile profumo di un fiore scomparso. Come appunto succede con “Resurrecting the sublime” di Christina Agapakis, Alexandra Daisy Ginsberg e Sissel Tolaas. Grazie alla genetica e al DNA esse riescono a resuscitare l’estinto “Hibiscadelphus Wilderianus”, fiore hawaiano perduto a causa del colonialismo. La teca in cui è presentato il lavoro ci pare dire molto sullo stato di estrema debolezza in cui versa la natura oggi.

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Alla fine la domanda posta dal curatore non ha risposta. La forza del dubbio sul nostro futuro deve legarsi alla volontà di poterlo affrontare nel modo più giusto, con uno sguardo che trovi il Cinema dappertutto.

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