ZEBRA CROSSING. Cinema senza immagini: la BOBO TV di Vieri su Instagram

Christian Vieri s’inserisce nel trend delle chiacchierate live su Instagram, e le sue dirette con i compagni calciatori portano con sé intuizioni linguistiche sull’uso dei media durante il lockdown

Nel 2018 il Gran Premio “Entertainment” dei Leoni di Cannes andò al progetto olandese Evert45 creato per la sensibilizzazione alla memoria storica. Protagonista è un ragazzino di 13 anni, Evert appunto, che si muove nella campagna olandese durante i gloriosi e terribili giorni dell’aprile 1945, alla pericolosa ricerca di un fratello maggiorenne e partigiano. Da bravo teenager Evert documenta tutto con uno smartphone sul proprio profilo Instagram. A questo cortocircuito temporale Evert45 aggiunge uno splendido lavoro di ricostruzione che mostra i personaggi in una sorta di mosaico di immagini tra il sito interattivo, Instagram e Youtube. Fino a momenti di vera vertigine retrofuturista come l’ombra dello smartphone tenuto in mano da Evert mentre si fa un videoselfie per raccontare la vicenda.

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Il tunnel mentale in cui ci lancia Evert45 non solo è chiaro nella rappresentazione del problema sollevato dall’idea di fondo, ma apre porte successive in molto di ciò che vediamo oggi, anno domini 2020, o anche anno primo della quarantena. Infatti la spinta che dà Evert45 a unire più immagini per creare una storia è per esempio uno dei molti legami con il fenomeno mediatico principale di questa quarantena: la Bobo TV delle dirette Instagram di Christian Vieri. Sfruttando la propria reputazione Vieri fa successo perché unisce molti spunti in una sintesi che va molto oltre il seminato e il consapevole. Due tra i vari motivi per cui ciò avviene sono il fatto che il campione è sempre totalmente connesso col presente (al di là di una comprensione o di una consapevolezza) e il fatto che da sempre Vieri ha una fama di professionalità e impegno sportivo che, al netto della sua personalità istrionica, gli è sempre stata riconosciuta. Potrebbe esserci anche solo la noia dietro l’idea di fare dirette di conversazioni coi suoi amici calciatori (magari scopriremo poi che era tutto marketing ma sarebbe ancora più geniale, nel caso) ma in questo caso non conta tanto il tipo di urgenza. La rivoluzione digitale facilita l’uso del mezzo da parte di Vieri, che una volta capito lo strumento lo piega al suo volere e desiderio espressivo. La folta schiera di affezionati (le dirette di Vieri hanno una media di 50mila fan a puntata), la capacità aggregativa di Vieri come host nel chiamare mostri sacri come Totti, Ronaldo, Zanetti o il c.t. Mancini (senza disdegnare incursioni tra i suoi fan) e le eccezionali intuizioni da format come l’uso di una spalla comica perfetta come Vendola e di uno sguardo più profondo come quello di Lele Adani, fanno sì che le sue dirette siano mediaticamente straordinarie.

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A differenza di Evert45 queste dirette sono create in totale assenza di immagini. Ma, come il progetto olandese, ci immergono in un mare di ricordi, toccando vari vertici linguistici. Intanto già solo veder discutere i campioni in questo modo attrae e fa sognare. Poi lo spessore di nostalgia, come per Evert45, è palpabile. Al punto che veramente il tempo si spappola e un evento accaduto solo venti anni fa (per esempio il mondiale in Francia) viene percepito come lontanissimo, come fosse già mito da raccontare e tramandare. Se questo paradosso è normale in un mondo stressato come quello sportivo, è curioso come molte volte durante le dirette si sentono dire espressioni come “che tempi!” “che ricordi!” e relativi sospiri. Quasi che finalmente i campioni tirassero il fiato per riflettere su cosa è successo (tipico fenomeno da quarantena). In più la nostalgia fa ancora più “male” quando ci si rende tutti conto (loro e noi) che in questo caso veramente quei giocatori e quei tempi non torneranno più (per fare due esempi: spesso si parla apertamente del 1976 come ultima grande annata di fenomeni; tutti sappiamo le polemiche che suscita il famigerato mondiale in Qatar del 2022). La nostalgia di tutto ciò, nonostante le sconfitte brucianti e i tremendi infortuni, è esattamente come quella di Evert45: fa sognare la gioventù, seppure in guerra, come reame delle infinite possibilità della vita.

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È normale che, mentre tutto è bloccato e l’umanità non si muove, la nostra testa galoppi verso i dolci lidi della memoria. L’assenza di corpo è però anche assenza di sport, cioè assenza di dirette sportive, creando così un bisogno di questa forma di intrattenimento lucidamente intuito da piattaforme come Netflix e Prime. Le quali iniziano a trasmettere più storie sportive di prima, verso una smaterializzazione del corpo ammirato fino a prima del virus come identità. Per esempio Netflix da inizio aprile trasmette The last dance, il cui titolo racchiude già tutto il nocciolo del discorso. Documentario creato soprattutto con materiale girato nel 1998 da una crew cui la squadra diede il permesso di seguirla durante l’ultimo anno di grazia dei Bulls, The last dance risente molto di una struttura narrativa classica che già dice tutto all’inizio. Struttura che poi si ripete troppo, e meccanicamente, facendo leva solo sull’amore nostalgico di un passato sportivo che mai più ritornerà. Quelli che vediamo non sono più i corpi dei Bulls ma i loro fantasmi, corretti abitanti di questo nuovo cinema fatto di repertorio e nostri ricordi. L’intuizione di Netflix è chiara; se il mondo è fermo (quindi lo sport, quindi le dirette) allora l’archivio e il repertorio possono benissimo mostrare le gesta atletiche dei veri eroi del nostro intrattenimento. Non è un’intuizione nuova ma nuovi sono l’uso e il suo effetto. Il gesto sparisce trasformandosi in racconto del gesto, creando un fantasma postcinematografico che vale per Jordan come per tutti gli altri eroi dissolti nelle loro immagini.

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Si pensi all’eccezionale dissoluzione in Zidane a portrait of 21st century dei registi Douglas Gordon e Philippe Parreno, film che ha poi ispirato prodotti simili su McEnroe e su Kobe Bryant. Il calciatore viene seguito durante una normale partita di Liga del 2005. Ma alla lunga il corpo di Zidane, mostrato come fosse un’alba in tutte le sue gradazioni di colore, diventa un vettore per rendere chiaro un modo filmico che da inizio secolo si protrarrà probabilmente per molti anni a venire. Fuori dalle storiche esigenze della “storia” l’interesse è solo sprofondare nelle immagini quasi rothkiane di un bianco “galactico” che si muove sullo schermo. Zidane, in dettaglio, in figura intera, lento, veloce, calmo, agitato, sparisce come persona per riapparire come pura immagine.

Lo stesso succede anche al McEnroe di The Realm of Perfection, film in cui i suoi gesti sono filmati, analizzati e riprodotti usando tecniche cinematografiche come il ralenti o la ripetizione del gesto non più per capire quanto solo per godere. Questi sono tutti indizi di un fenomeno che esplode ora che lo sport non può essere praticato. La creazione di una narrativa in cui l’assenza del corpo diventa centrale, sia quando frammentato che quando sparisce.

Vieri però con le sue dirette supera tutto questo con un salto triplo. Non c’è bisogno di vedere un corpo e di vederne la smaterializzazione, perché il suo lavoro si basa sull’assenza di immagini e sui nostri ricordi o la nostra voglia di documentarci. Questo è un altro vertice linguistico toccato: l’uso di Youtube come grande “intorno” online ad aggiungersi alle parole che trainano l’immaginazione. In questo modo lo sport diventa veramente racconto. Non ci sono più corpi da guardare, non c’è più il gesto. La creazione di prodotti analizzata prima, anche con immagini di repertorio, viene di fatto sorpassata dalle emozioni rese dai protagonisti. Emozioni come il gesto atletico ricordato o la situazione buffa, curiosa, triste o allegra che faceva (e fa ancora) da contorno a quel gesto (si pensi allo spassoso Di Biagio che racconta dei litigi sul campo tra i suoi compagni interisti). Si sorpassa il bisogno di immagini. Come se si riuscisse a fare cinema (di fatto siamo davanti a prodotti audiovisivi) senza usare le immagini. O usando immagini di corpi fermi e parlanti che più stanno fermi loro più fanno correre noi con l’immaginazione.

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Quindi per un prodotto nato forse per caso, per noia, in modo facile e senza sovrastrutture, abbiamo di converso un risultato enorme per profondità, rilevanza, esattezza e successo. Profondità data dal terzo angolo di questo equilatero cioè Lele Adani (ennesimo vertice linguistico). La gente sta sveglia di notte per ascoltare Adani che spiega concetti di calcio come se fosse filosofia. Parlando e spiegando a Vieri Adani spiega a tutti noi la grandezza di Totti e Cassano capaci di generare spazio. Non dobbiamo neanche vederli tanto li abbiamo presenti. Come per Zidane così con Adani non c’è bisogno di vedere la partita, le parole creano il nostro cinema a costi di produzione zero (come  teorizzato da Soderbergh). Adani usa un occhio nuovo aprendoci una porta mentale. Tra le parole sanguigne di Vieri e le parole ragionate di Adani si crea una eccezionale complementarietà senza uno straccio di sceneggiatura. Quell’andare a canovaccio, che fa tantissimo Commedia dell’Arte, ci fa ancora più illuminare gli occhi. Si pensi all’emozione di una improvvisa digressione verso le gesta di Maldini, Maradona o del Brasile 70. Tutto in assenza di immagini, di corpi, di luci, di montaggio e di sceneggiatura. La capacità di Adani di raccontare la propria passione, farne teoria e farla amare agli altri ci pare molto vicina al mitico Enzo Ungari, a cui è accomunato da una stessa “vorace e insaziabile” filia (calciofilia qui). Per esempio quando ammette di non riuscire facilmente a parlare e analizzare oggetti di amore assoluto come Maldini (Ungari avrebbe detto Bertolucci).

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La nostalgia canaglia dei tempi che furono è un concetto usato e abusato. L’ultimo esempio interessante a riguardo può essere il retrofuturismo di Tales from the Loop su Prime e la sua ucronia. Non siamo qui molto distanti dai demoni che gli interisti tuttora sentono, dopo quasi vent’anni, quando si ritrovano a parlare del 5 maggio 2002. Cosa sarebbe successo se? Anche McEnroe se lo chiede riguardo la sconfitta contro il dannato Lendl alla fine del bellissimo Realm of Perfection. Arrivando a dire che la sua vita sarebbe stata diversa. Ma il potere del ricordo è più grande dei rimorsi per le occasioni mancate. Perché i giorni gloriosi e terribili, quali che siano, non smettono mai di brillare e farci sognare, anche se quella partita si è persa (Italia-Francia nel 98), se quel mondiale non lo si è giocato (Vieri nel 2006) o se addirittura per le strade c’erano morti e nazisti che sparavano (Evert45). La nostalgia tutto piega verso la dolcezza, e quindi Evert45 ricorderà sempre con gioia quei formidabili momenti come noi tutti ricordiamo i nostri fantasmi sportivi smaterializzati.

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