ZEBRA CROSSING. Dall’Overlook a Siracusa: l’hotel ai tempi del virus

La camera 237 dell’Overlook Hotel è teatro della strage di Delbert Grady. Dopo aver usato l’ascia il sangue rappreso deve essere stato abbastanza difficile da pulire. Figuriamoci da sanificare… Cinema e la cosiddetta “hôtellerie” vanno a braccetto dall’inizio delle relative avventure (specialmente dall’apertura degli hotel di lusso). Oggi il Postcinema ci dice molto di come i due fenomeni si influenzino tuttora a vicenda.

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Poi improvvisamente arriva il Covid 19, e tutto cambia. Anche solo in Italia la crisi causata dal virus ha portato numeri drammatici: 30% in meno in totale per il settore ricettivo (con un calo lievemente migliore per i b&b) e circa 100 miliardi di euro di perdite. Pare riecheggiare la crisi delle sale cinematografiche con quei milioni di spettatori persi denunciati dall’Anica, o i soli 36 milioni di incasso in due settimane di programmazione americana di Tenet, che non è riuscito a salvare il destino delle sale.

La crisi degli alberghi però tocca un punto su cui è bene ragionare: come può sopravvivere al distanziamento un settore che pone la ricezione dei corpi alla base del suo commercio? Se è vero che possiamo evitare di assembrarci in tetre e infette sale cinematografiche abbiamo pur sempre bisogno di dormire, mangiare e andare al gabinetto. Cosa succederà da qui in avanti al settore ricettivo?

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La tecnologia viene incontro in molti modi, per esempio Hilton ha adottato Hilton Honors una app che consente non solo di prenotare, ma anche di registrarsi presso la struttura e raggiungere direttamente la stanza senza affollare il banco della reception. Altre strutture hanno iniziato ad usare un nuovo sistema di filtraggio HEPA che include la luce ad ultravioletti per combattere i germi più difficili da estirpare.

L’estate 2020 in Italia ha evidenziato però come il problema sia più profondo della buona volontà. Per anni abbiamo affollato i B&B per risparmiare soldi e scoprire “affettuose” case di estranei che si erano magicamente tramutati in ospiti (host) di livello “professionale”. Tutto per farci sentire a casa. Quando forse la svolta data dal virus ci dice che si deve andare proprio in direzione contraria. Forse proprio il concetto di sentirsi a casa ha fatto il suo tempo, forse ormai siamo noi (con le nostre periferiche) la “casa”. Quindi il bisogno diventa quello di attraversare i luoghi e i tempi, non quello di insediarsi.

Ovviamente resta la contraddizione di una resistenza del corpo. Quasi fosse un rimanenza analogica un po’ anni 80. L’hôtellerie deve, e dovrà sicuramente trovare il modo di accogliere corpi fisici in un mondo che va sempre più verso il “touchless”.

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Tantissimo cinema ci ha mostrato come l’hotel sia, per definizione, un vuoto, una sospensione spaziotemporale in cui la realtà diventa rarefatta fino a quando non andiamo via (dipartita del corpo).

Capiamo bene quindi la riconversione intuita da Simon Botto con il progetto Daybreak Hotels, al fine di combattere lo spauracchio commerciale di ogni gestore alberghiero, cioè le stanze vuote. L’idea è quella di incentivare la pratica del “daily usage”, vendendo stanze per qualche ora durante il giorno e non solo per la notte. I risultati hanno dato ragione, dato che, durante il lockdown, la sua applicazione ha visto un’impennata del 300% di contatti in più del solito. L’intuizione di Botto è chiara: il vuoto diurno di un hotel è riqualificabile come spaziotempo prezioso per chi necessita di lavorare o fare altro durante il giorno, per poi tornare a casa propria la sera.

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Ma allora cosa diventa un albergo? Cosa diventerà una sala cinematografica? Tutto rientra nel segno della flessibilità, dove se siamo noi la casa siamo noi che decidiamo dove e quando essere corpo.

Iniziano ad esserci in giro per il mondo esempi di alberghi che hanno intuito questo cambiamento, anche in un paese sostanzialmente vecchio come l’Italia. Per esempio è interessante il tentativo portato avanti a Siracusa, una delle città più antiche della terra, da Dario Vitale, giovane direttore di Hotel One Siracusa (di cui presentiamo alcune foto scattate da noi).

Vitale conferma: “la crisi ha colpito forte anche noi, dato che l’alta stagione di Siracusa coincide con le rappresentazioni al Teatro Greco, quindi da inizio maggio a luglio inoltrato, e noi abbiamo potuto riaprire solo il 6 luglio”. Detto questo Vitale e il suo staff non si sono arresi, ma hanno affrontato la crisi e il virus con una flessibilità che ha portato ad avere l’albergo pieno ad agosto.

La struttura fa parte del gruppo Una, catena alberghiera creata dall’unione tra UNA HOTELS e ATAHOTELS nel 2016 e di proprietà del Gruppo UNIPOL, che rilevò gli immobili precedentemente di proprietà di Fondiaria Sai, il cui azionista di maggioranza era Salvatore Ligresti.
 L’architetto siracusano Mario Rizza è riuscito poi a modificare la struttura esistente dando un forte tocco contemporaneo che risalta in un contesto così antico e pregno di storia come quello di Siracusa. Una volta entrati ci si ritrova in una dimensione nordamericana o scandinava, fatta di chiaro scuri, sfumature soffuse di una linea di design sottile, precisa ma intensa allo stesso tempo. Una linea che si ricorda come fosse il mood di un film.

Vitale rivela: “il Covid ci ha obbligato a modificare profondamente il modo di gestire la struttura, portando lo staff fino a cinque unità che cambiano settimanalmente” ma poi aggiunge “il futuro è veramente la flessibilità, per esempio anche nella gestione delle risorse umane. La nostra struttura ha delle sfumature che non sono facili da comprendere, non sono per tutti ma per viaggiatori che vogliono vivere esperienze. Tutto questo porta alla creazione di un’anima dell’hotel che viene percepita, al di là del Covid. Se il virus non concede il contatto, l’anima va oltre il virus e la sua energia arriva. Questo si ottiene stando uniti, per questo il nodo sono le risorse umane”.

Cosa significa tutto questo? Il Covid porta ad una flessibilità nelle prenotazioni day by day che significa magari assenza di pianificazione ma anche facilità di accesso tipicamente “urban”. Poi, se si pensa all’hôtellerie come una rete mondiale degli alberghi, si può vedere un nuovo tipo di aspettativa, diversa dal turistico – quanto posticcio – “sentirsi a casa”, e più simile al riempimento di spazi e di tempi molto simile a quello che già viene fatto sul web. Infine forse il futuro vedrà una gestione alberghiera sempre più atta a creare un’esperienza, far vivere la propria struttura, diventare anche un contenitore culturale e non solo un dormitorio.

Fino a Ready Player One l’Overlook era sempre stato uguale a se stesso, rarefacendo lo spaziotempo dentro e fuori di sé. Poi Spielberg ha trovato il modo di tornare sulla scena del delitto passando dal videogaming, ridefinendo quindi un ricordo e portandolo verso altri lidi. Questo però dice anche come i due ambiti di cinema e hôtellerie necessitino ripensarsi all’interno di un flusso come quello attuale, per capire come sopravvivere e non collassare. Le grandi costruzioni alla Tenet o alla Grand (Budapest) Hotel non riescono più a impedire uno scioglimento verso lo quello spappolamento spaziotemporale di cui l’Overlook hotel è stato antesignano e che il Covid ha accelerato.

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Resta il corpo, con le sue esigenze che non posso scomparire. Non possiamo ancora smaterializzarci. Diventa interessante allora il minimo ma forte esempio dell’Hotel One Siracusa che toglie in varie stanze il bidet per mettere il doccino. Forse la smaterializzazione passa da una riconsiderazione dei nostri reali bisogni organici. Ma quando inizieremo davvero a percepirci non più come turisti ma come viaggiatori? Non più come spettatori ma come giocatori?

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