ZEBRA CROSSING. JazzMi Festival

Il jazz è tra i generi storicamente più vivi e più capaci di trasformarsi. La trasformazione permanente del jazz non vive solo sulle sue note ma tocca tutto il suo universo, dal tipo di concerti, al mercato dei prodotti, alla fruizione da parte del pubblico. Le sue dinamiche sono (sempre state) molto mobili. Per esempio la sperimentazione avanguardistica del jazz, oltre a dare illuminanti squarci metropolitani, ci chiede dove sta andando la musica oggi, e sappiamo bene che questa domanda apre a quesiti cardine. Riflessioni sulla fruizione digitale in generale, sull’impatto che essa ha nel nostro quotidiano (si pensi all’ennesimo recente risvolto della diatriba Netflix / sale di cinema), sul peso delle nicchie culturali, su cosa significa il rapporto diretto tra produttore e utente e se è possibile fare a meno dei filtri intermediari.

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Durante novembre, complice il bel festival JazzMI a Milano, abbiamo assistito a due prodigiosi concerti jazz che si stagliavano nel programma per valore artistico e natura di avanguardia. Abbiamo visto Colin Stetson e il mostruoso duo combinato da John Zorn e Bill Laswell. Ci siamo immersi in una realtà di cultori della materia e attempate signore bene, avendo ancora una volta la conferma che il cinema sia più presente in queste pratiche apparentemente lontane, ma invece illuminanti per possibili proposte innovative.

 

Colin Stetson

Un’esperienza industrial-musicale dal vivo, il concerto di Colin Stetson al Teatro dell’Arte lo scorso 4 novembre. Il musicista del Michigan, di stanza a Montreal, noto per le collaborazioni con Fred Frith e Tom Waits e marito di Sarah Neufeld degli Arcade Fire, è capace di creare una visione filosofica che, tramite l’applicazione della tecnica del controllo delle emozioni tipica del cinema, prende padronanza della sua forza espressiva. Elaborando quindi una struttura compositiva simile a quelle delle sceneggiature. Questo è un dato molto importante perché lo porterà in seguito a produrre, fino ad oggi, colonne sonore cinematografiche molto apprezzate come quelle per Blue Caprice, Lavender (suonate con Sarah Neufeld), Outlaws and Angels, l’eccezionale Hereditary, e Friday’s Child. Il lavoro musicale più importante finora pubblicato da Stetson è sicuramente la trilogia New History Warfare, uscito appunto in 3 volumi tra il 2007 e il 2013.

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La sensazione di ascoltare Stetson dal vivo è quella di una fabbrica che si mette in moto per produrre musica, utilizzando pistoni, forni, presse, macchinari meccanici di un tempo passato. Ovviamente a Stetson non serve riprodurre fedelmente quei suoni, non serve chiamare in causa il mai dimenticato rumorismo degli Einstürzende NeubautenStetson evoca tutto tramite il semplice e straordinario uso dei suoi strumenti, cioè il proprio corpo (polmoni, gola e addirittura il pomo d’adamo, debitamente microfonato), e i sassofoni amplificati. Tutti suonati ed esplorati in ogni angolo e modo. Al fine di ridare una dimensione che vada oltre la musica e la sua percezione, producendo sonorità stranianti.

Straniamento che, andando oltre la musica ci permette di chiedere se ciò che abbiamo ascoltato abbia una sua narratività. Il lavoro sullo strumento avvicina molto Stetson a Hendrix, di cui è un fervido appassionato. I suoi lunghissimi e devastanti assoli di stampo hendrixiano si uniscono ad un setting preciso (ombre che corrono sulle pareti del teatro, un palco essenziale ma potente) per dare fortissime sensazioni difficili da spiegare ma impossibili da dimenticare. La narrazione è narrazione di sentimenti. La prestazione poi è maiuscola anche come esercizio fisico di respirazione circolare, e Stetson, apparentemente freddo e schivo, riesce a creare comunque un miracolo, un’epifania che possiamo chiamare “cinema della mente”. Si può dire infatti di aver “visto” la sua musica, di aver visto un piccolo film metropolitano, di aver sentito distintamente lo spirito postindustriale notturno di certi angoli di New York o Chicago.

Partendo dalla base del sassofono Stetson manipola, sovrascrive, sovrasuona, per creare visioni nella nostra testa. La dimensione live restituisce completamente la densità di un suono che sovrasta il proprio pubblico facendolo quasi saltare sulle sedie in certi attacchi. Fino a seguire il ritmo con la testa come se la base fosse ballabile, anche se non si cade mai in una facile ripetizione che possa concedere un appiglio. I salti sono quasi continui e la narratività ritorna quindi in modo puramente beatnik, come fosse un cut up a ridare il tutto. L’effetto finale è quindi più importante di tutto il resto, al di là della purezza. Non ci pare un caso che Stetson oggi si dedichi alle colonne sonore.

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Zorn & Laswell

Giustamente presentato come il concerto più importante del festival, John Zorn ha duettato per circa 50 minuti con Bill Laswell al Teatro dal Verme lo scorso 6 novembre per JazzMi. Per un costo del biglietto di circa un euro al minuto, come ha sottolineato qualcuno. È chiaro come però non si possa quantificare un valore commerciale per un’improvvisazione di questo tipo. Anzi, su questa contraddizione il sassofonista e compositore di New York ha creato proprio un sistema di lavoro che da sempre fa dell’improvvisazione, della provocazione e del gioco una cifra stilistica, dagli iniziali game pieces al disco tributo a Morricone, dal progetto Naked City ai Masada Books pubblicati dalla sua casa discografica Tzadik Records.

Zorn ha saputo fondere il jazz, con sperimentazioni avanguardistiche e con richiami di vario genere spazianti dal blues al death metal. In seguito si è cimentato anche in composizioni di musica classica contemporanea come The Aristos per cui è arrivato anche in finale del Premio Pulitzer. Questo ha fatto sì che il catalogo delle sue produzioni aumentasse a dismisura fino al numero di circa 400 produzioni o collaborazioni ad oggi, Novembre 2018.

La sensazione dataci dopo il concerto è stata simile a quando si andava a vedere Carmelo Bene dal vivo per una sola ora circa. Cioè diventare testimoni di un lavoro su materiali eterogenei sparsi nella mente di chi vive il palco come vive la vita. Materiali come ingredienti che vengono assemblati e ridati reinterpretandoli. Stravolgendo tutto, dall’armonia della musica allo strumento in sé (alla fine suonato anche come fosse un micropianoforte). Zorn ha creato assoli, anche brevissimi ma chiarissimi, sulla base del fidato e avvolgente basso di Bill Laswell, il cui suono non si propagava dolcemente nello spazio, ma assaltava il teatro come uno tzunami. Bill Laswell è una vera colonna sia in termini ritmici che soprattutto produttivi. Dagli anni 70 ha collaborato con moltissimi artisti, da Herbie Hancock a Brian Eno, da Fela Kuti a Mick Jagger, dai Ramones a Iggy Pop. Quindi può essere bene visto come sorta di ponte tra le sperimentazioni di Zorn e il tentativo di Stetson di trovare, magari con le colonne sonore, un compromesso tra linearità e antilinearità. Laswell, uno dei padrini della dub, negli 80 iniziò a collaborare con Zorn nei Golden Palominos e nel 1991 i due fondarono il gruppo Painkiller con il batterista dei Napalm Death Mick Harris. Da allora hanno spesso incrociato i propri destini come si è visto sul palco milanese.

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Durante la performance basso e sax alto si rincorrevano, perdendosi e ritrovandosi, riuscendo sempre a trovare soluzioni “armoniche”. Le virgolette non sono messe a caso perché come detto l’armonia viene stravolta. Infatti a differenza di Stetson, in cui sono ancora chiare le dimensioni immaginifiche del tutto (la fabbrica, la metropoli, la notte, l’acciaio) con Zorn & Laswell tutto diventa molto più teorico, più astratto. Ascoltandoli dal vivo si faticava a immaginare qualche scenario, sia perché rapiti dai virtuosismi, ma anche perché le continue deviazioni che Zorn imprimeva alla sua musica non lasciavano scampo ad una romantica immaginazione. Se c’è narrativa essa non è mai lineare ma vuole solo darsi come sensazione da riportare nel ricordo, senza poter essere descritta. Non è un caso che il duo indichi da sempre riferimenti alchemici ed esoterici per le proprie scorribande, sotto il nume tutelare di Aleister Crowley.

 

La coda lunga 

Cosa c’entra l’espansione del cinema con tutto ciò? Vi ricordate Lynch e il suo Strade Perdute, in cui un jazzista vuole ricordare le cose casualmente e senza un filo conduttore? Ecco, pensiamo che, in un’ottica simile, l’esperienza dei live di Stetson e Zorn&Laswell siano radicalmente importanti.

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Grazie ai live queste pratiche avant riescono a mantenere viva una nicchia altamente sperimentale, ma senza scordare il management. Zorn oggi è un artista manager che sa bene come muoversi tra sperimentazione e mercato, differenziando il proprio approccio a seconda del contesto, sfruttando l’intrinseca capacità del jazz di destrutturarsi rimanendo un linguaggio riconoscibile, una consapevolezza che il cinema mainstream deve ancora trovare. Per quanto le pratiche di espansione di artisti illuminati come Ryan Murphy o Steven Soderbergh, quest’ultimo capace di passare da un gesto come Unsane a un prodotto come La truffa dei Loganci portino a pensare come il discorso sul prototipo, che tanto ha avuto presa nell’economia di mercato cinematografica novecentesca, sia oggi diventato alquanto obsoleto.
Infatti le molteplici possibilità che la tecnologia digitale ci regala a basso costo, sia per produrre che per vedere, possono affiancarsi sul mercato alla certosina artigianalità di pochissimi prodotti di alto livello, come era il cinema del 900. È vero che la straordinaria immediatezza propria della musica si contrappone alla “mediatezza” di un mezzo come le immagini. Ma oggi è più che mai possibile muoversi nell’ampio spazio dato dal semplice ma potente gesto di riprendere, qualunque forma esso colga. Come in una jam session.