ZEBRA CROSSING. Laurie Anderson al #terraformafestival

(articolo scritto in collaborazione con Giorgia Console)

Il festival “Terraforma 2019” giunge alla sesta edizione con un ospite di eccezione:
Laurie Anderson.

In uno straordinario contesto scenico – la Villa Arconati di Bollate (MI), ormai finalmente tornata allo splendore di un tempo – “Terraforma 2019” indaga “il linguaggio” sia come mezzo che come elemento di esplorazione.

La scelta di un ospite così poliedrico come Laurie Anderson è ovviamente felice, e in un’ora di tempo l’artista colpisce il pubblico con vari linguaggi e molteplici sperimentazioni, tanto da risultare addirittura difficile trovare un filo conduttore. Che però esiste, ed evidenzia l’estrema lucidità del testo andersoniano, soprattutto in termini di sintesi di gesti, a ridare un pensiero complesso. La Anderson così parla di tecnologia, narrazioni, impegno civile, filosofia orientale, natura, e di sé stessa, toccando un vertice quando ricorda il compianto marito Lou Reed.

Gesto sintetico al massimo è, per esempio, l’urlo con cui accoglie il pubblico all’inizio della performance, che prende (sintetizzando) dalla sua amica Yoko Ono. Un urlo concepito per ridare al mondo la propria rabbia, la propria frustrazione, il proprio disgusto appena dopo l’avvenuta elezione di Donald Trump come presidente. Dieci secondi di puro caos emozionale che ricorda di impulso gli impulsi (molto più studiati) di Diamanda Galas (sarebbe bello vederle lavorare insieme…).

Si susseguono quindi salti percettivi da un tema all’altro, da un linguaggio all’altro, creandoci in testa una sorta di magma mnemonico in cui si stagliano alcuni frammenti più di altri.

Per esempio il monito circa la tecnologia: “se pensi che la tecnologia possa risolvere i tuoi problemi non conosci la tecnologia e non conosci i tuoi problemi”, punto di vista limpido ed esatto sullo stato delle cose, che può essere visto come nodo esegetico per tutta la breve ma intensa performance.

O il vero, quasi fastidioso, corpo estraneo in forma di brevissimo ricordo di James Brown “the godfather of the soul” che Laurie richiama per spezzare il ritmo e dare un passo diverso andando verso lidi apparentemente così lontani dal suo seminato.

O quando, dopo aver introdotto l’arte marziale del Tai Chi, di cui Lou Reed era maestro, si esibisce in una forma di essa, con strabiliante grazia e precisione.

Sembra di guardare una serie di clip reali, in carne e ossa e in diretta, all’interno di un canale youtube dal vivo. Questo grazie principalmente alla versatilità dell’artista che non hai mai abbandonato la molteplicità dei propri interessi in 50 anni e passa di carriera. Arrivando forse a concepire, con l’aiuto delle proiezioni sul maxischermo alle sue spalle, performance in forma di playlist che bene si sposano con la frammentazione del 2020.

Si sentono forti gli echi della Beat Generation come tesoro da cui partire per affrontare il presente (di fatto quasi settanta anni dopo l’apparizione di Ginsberg e soci).
“Language of the future” in sé può benissimo ricordare il cut up di Burroughs, ripreso dalla Anderson nella sua profezia di un futuro virale e globale.

Ma il vertice che tutti si aspettano resta Junior Dad, dal disco di Lou Reed con i Metallica, la cui esecuzione “aumentata” dalla voce di Lou da un’altra dimensione fa collassare lo spaziotempo, riportando in vita il defunto cantautore e facendoci capire quale può essere un giusto uso della tecnologia.
Liberare noi e il mondo, come giustamente dice la Anderson, laddove anche cambiare il proprio tono di voce può essere un modo di liberarsi.

Raffinato, semplice ma complesso, mai banale, breve ma profondo, lo spettacolo fatto di molteplici microesibizioni, sulla base di un violino “manipolato” suonato senza virtuosismi, e con l’aiuto del violoncellista albanese Rubin Khodeli, è una summa di Laurie Anderson oggi, all’alba del nuovo decennio, nella speranza che porti la serenità che il suo animo chiede, sia come buddista che come artista.

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