ZEBRA CROSSING. Nel flusso dell’acquario di Instagram

La fotografa italiana Giulia Cosci Bernard, la pittrice belga Lena Dewaegenaere e l’artista francese Jordane Prestrot raccontano a Zebra Crossing i loro progetti in corso su Instagram

In futuro ricorderemo il 2020 come vero anno di svolta, se non proprio “primo anno del 21° secolo”. Il virus ha inferto un colpo così forte alla nostra vita che pensare di tornare alla normalità di prima può essere fuorviante (se non dannoso). Abbiamo già visto vari modi di “patteggiare” col virus, dalla musica all’uso della Instagram TV ai tentativi di sbloccare la situazione lavorativa. Il nuovo lockdown però ci ha dato modo di conoscere tre giovani artisti che usano Instagram per mostrare le loro opere. Il loro lavoro è potentemente caratterizzato dalla chiusura in casa, e dal tentativo riuscito di sublimare il momento, e forse la paura, fino ad arrivare ad una forma stimolante di raccontarsi. Si tratta della fotografa italiana Giulia Cosci Bernard, della pittrice belga Lena Dewaegenaere e dell’artista francese Jordane Prestrot.

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Giulia Cosci Bernard nasce a Milano nel 1989. Di sé dice: “ho iniziato ad interessarmi alla fotografia durante l’adolescenza col desiderio di usarla per unire diversi mezzi di espressione: recitazione, scrittura e collage”. Aggiunge poi che per anni non si è legata a un luogo specifico, ma si è divisa tra Milano, le valli valdesi, le montagne occitane del Piemonte, il Brasile, Bologna e un piccolo paesino francese. Tra il 2013 e il 2015 frequenta il corso di fotografia del CFP Bauer di Milano dove matura un interesse verso il racconto documentario, sviluppando una passione per l’architettura e lo still-life. Dal 2015 affianca lavori commerciali di food e interni, a lavori di ricerca che, attraverso autoritratti, foto di spazi abitativi e di paesaggi, investigano il senso di appartenenza, la solitudine e l’affetto verso luoghi vissuti.

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Siamo rimasti molto colpiti dalla meticolosità, dalla leggerezza mista ad un senso di angoscia che la fotografa provoca con le sue piccole serie di immagini. Sul suo profilo pubblica ogni giorno una sequenza di 4 o 5 foto che noi possiamo montare mentalmente o guardare come cellule staccate. Le foto, semplici ma potenti, ossessive nella loro ripetitività, sono scattate dentro il suo piccolo appartamento e ridanno una dimensione di attesa, verso un momento indefinibile che possa sbloccare la situazione ma che non arriva mai. In questo modo la giovane artista riesce a creare quasi un acquario visivo di oggetti che galleggiano, che levitano in un silenzio statico e monotono, rendendo bene la asfissia di una chiusura forzata causa forza maggiore. Fino a trasformare il lockdown in uno stratagemma per narrare una solitudine reificata, sempre presente nelle nostre vite. Ben oltre il mero evento particolare.

   

Quando è stato firmato il primo DPCM Cosci Bernard ci racconta che ha voluto iniziare il diario come reazione alla paura di nascondere le proprie emozioni in un momento simile: “Usare Instagram per parlare di altro mi sembrava falso”. Il diario è stata la cosa che le è venuta più naturale: “Non è stato facile, non sempre lo è”. Ammette che a volte non è facile essere costante e anche averlo iniziato è stato difficile: “Ci sono giorni in cui vorrei interromperlo, ma lo vivo anche come impegno necessario a mantenere una routine che pian piano diventa consapevolezza e condivisione di sensazioni che proviamo tutti”.

Lena Dewaegenaere è nata a Bruxelles nel 1989. Di sé dice: “Sono sempre stata interessata a raccontare storie attraverso le immagini”. Dopo essersi laureata in “Painting” presso la St. Lukas Academy di Bruxelles nel 2018 si trasferisce a Città del Capo dove completa il diploma post laurea alla Michaelis School of Fine Arts e inizia a organizzare mostre sia a Città del Capo che a Bruxelles. Al momento unisce il suo lavoro di documentarista con la sua arte pittorica.

     

I dipinti minimalisti di Dewaegenaere. pongono umani piccolissimi alle prese con scenari enormi, ricordando quasi gli scenari di Dune, e unendo Herbert a De Chirico. Questa singolare scena non vuole l’uomo al centro del nostro sguardo, ma lo rende partecipe di una visione in cui i nostri occhi tendono ad un moto centrifugo. Gli umani che vediamo diventano quindi solo oggetti da cui lo sguardo fugge, per andare oltre i limiti. I limiti di una chiusura viene da dire, quale forse quella del lockdown da cui le opere sono ispirate. La geometria delle linee sottolinea quelle piccole macchie di colore, che solo per abitudine definiamo “umani”, catturando il nostro occhio come fossero delle boe di salvataggio in un deserto di vuoto, di linee, di colori primari, di spietata, minimale semplicità e solitudine.

  

Per tutta la durata del progetto l’artista ha deciso di pubblicare una foto del dipinto che crea quotidianamente, insieme alla foto di un breve testo che la stessa scrive a mano ogni giorno: “Durante questo periodo, chiusa in casa da sola, ho amato come la situazione mettesse in contatto le persone attraverso l’arte. Qualche volta ho anche chiesto ad altri di creare dei loro disegni riguardo le loro giornate per poterli pubblicare sulle storie del mio profilo Instagram”.

Jordane Prestrot è nato e cresciuto a Parigi nel 1982. Dal 2008 vive a Mulhouse sul confine franco-tedesco (luogo in cui il virus è entrato in Francia). Di sé dice: “sono completamente autodidatta e ho sempre odiato le scuole. Suonerà arrogante ma sono sempre stato convinto di essere un artista e di poter creare opere nel mio modo, a prescindere da ciò che poteva pensare la gente. Per ora non sono mai sceso a compromessi. Non sono diventato ricco e famoso ma va bene così. Faccio ciò che mi piace ed è già abbastanza”.

Il lavoro di Prestrot, mostrato finora a Parigi, Manchester e Guebwiller, colpisce proprio come ripetizione e sottolineatura del sé all’interno del contesto. Nei suoi autoscatti la sua figura emerge tentando di darsi un senso in un vuoto che è sia di ambiente che di prospettiva. La moltiplicazione pare voglia riempire in modo ossessivo quel buco di sistema dato dall’algoritmo. Il congelamento del movimento del fotografo allora diventa un cristallo di neve che non ha la forza di diventare ghiaccio perenne, congelandosi come Jack Torrance, bensì è destinato a sciogliersi a causa del continuo flusso della piattaforma in cui si trova ad “esistere”. Resta quindi solo il ricordo di un cortocircuito che risalta ai nostri occhi sia come idea che come rappresentazione.

L’artista ci spiega: “Se con il lockdown una delle principali difficoltà diventa l’isolamento sociale, allora moltiplicando la mia persona, voglio mostrare questa frustrazione”. E aggiunge che se da un lato ciò lo aiuta a rendere il significato di stare da soli con sé stessi, con le proprie paure e i propri limiti, dall’altro ammette la natura catartica di questo gioco con i propri cloni: “Volevo farli interagire come se fossero stati persone diverse, viventi in un periodo normale”.

Infine ci illumina riguardo la sua pratica: “Di solito creo la mia foto quotidiana al mattino. Dopo aver pensato bene che foto fare, pianifico lo scatto. Durante questa fase cerco l’idea o l’azione, poi l’angolo della casa dove tale azione dovrebbe succedere, e quale dei vari “Jordanes” compierebbe tale azione. Quindi creo il set”. Per scattare le sue foto l’artista  posiziona la camera su di un treppiede e imposta un intervallometro a 12 secondi a scatto. In questo modo ci dice che: “mi posso muovere e recitare tutti i personaggi. Ovviamente posso lanciare l’intervallometro molte volte, se per esempio ho bisogno di cambiare i vestiti. Imposto tutto manualmente per evitare differenze di luce o di fuoco tra le foto”. Finita questa fase egli inizia a creare in postproduzione un collage delle varie foto che lo soddisfi e per farlo usa vari layers e strumenti di cancellazione: “Fino a quando non ho una foto unica che posso facilmente migliorare come se fosse una foto normale”.

La “straordinarietà” di questo 2020 ci ha mostrato lungo tutto l’arco dell’anno vari esempi di reazione e di racconto di sé per non andare alla deriva. Questi tre giovani artisti forse possono essere presi come esempio di una centralità della rappresentazione del contemporaneo, soprattutto per l’ostinazione a raccontarsi, a provare a sublimare la propria angoscia verso un futuro più nebuloso che mai. Questo in un momento di confusione e transitorietà causata anche dai continui avvicendamenti digitali, in primis come mode. Instagram nel Metaverso oggi è un fenomeno cresciuto velocemente negli ultimi cinque anni, fino ad essere usato da una persona su sette sul pianeta Terra a fine 2020. Un artista deve sapersi dire attraverso mezzi, linguaggi e piattaforme che cambiano, appaiono e spariscono in poco tempo. Si deve capire il linguaggio del sistema e sapersi adattare, cambiando il proprio linguaggio e aggiornandolo. Diventa allora interessante la dicotomia tra la stasi di un lockdown che ci costringe a stare chiusi in casa e la vivace mobilità digitale espressa da chi è costretto a casa. Pensiamo che la costrizione sia sempre foriera di risultati, e il 2020, obbligandoci a nuotare nell’acquario della nostra vita organica e digitale, ci ha dato vari esempi per provarlo.

A questi link trovate le interviste complete:

Giulia Cosci Bernard; Lena Dewaegenaere; Jordane Prestrot

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