Zen – Grogu and Dust Bunnies. Il corto Ghibli a tema Star Wars

La collaborazione per Disney+ con Lucasfilm è l’ultimo tassello di una strategia comunicativa più ampia, a cui il Ghibli deve il suo successo. Ripercorriamo le operazioni promozionali dello studio

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A 37 anni dalla fondazione, lo Studio Ghibli continua a stupire. E non solo per il contenuto dei prodotti – quello va da sé – ma per l’attenzione che dedica alla definizione di sinergie collaborative sempre innovative e mai scontate. Per quanto nell’immaginario collettivo sia abile a preservare un certo ideale di purezza (sia creativa, che iconografica), il numero rilevante di strategie di marketing messe in campo nel corso delle decadi stempera in parte quell’alone di sobrietà e candore che le audience mondiali continuano a decretargli con forza. Quasi come se i creatori di Totoro, a loro dire, non potessero “contaminarsi” con lo stigma della mercificazione. È proprio in questo senso, che all’annuncio della collaborazione con la Lucasfilm, andrebbero rilette le numerose lamentele di coloro che hanno visto nel corto Zen – Grogu and Dust Bunnies una “sporca” deriva verso la commercializzazione da parte del rinomato studio. Senza considerare, in realtà, che il successo del Ghibli sia da sempre dovuto all’accortezza con cui ha selezionato nel tempo i vari partner strategici. Secondo una metodologia fortemente incentrata sulle sinergie promozionali, che porta la firma di un solo, lungimirante uomo: il produttore Toshio Suzuki.

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Formatosi nel campo dell’editoria, Suzuki per il Ghibli non è “solo” la mente commerciale dietro lo stratosferico successo dei film. Oltre a definire l’insieme delle politiche strategiche che accompagnano i lungometraggi lungo il corso di tutte le fasi produttive, ha avuto nel tempo un potere decisionale rilevante anche in termini creativi. Senza di lui non sarebbe stata possibile la creazione di uno studio indipendente, così come è stata sua la volontà di adattare sullo schermo il manga di Miyazaki Nausicaä della valle del vento, arrivando addirittura a suggerire di cambiarne la sequenza finale, con il beneplacito del maestro. Ma la reale eredità del produttore è da ritrovare nella codificazione dell’ormai celebre “metodo Ghibli”. Ovvero in quella propensione alla sinergia commerciale, che ha portato lo studio a definirsi (e a promuoversi) nelle vesti di brand. Di cui il corto Zen – Grogu and Dust Bunnies è, come vedremo, l’ennesima ramificazione strategica.

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Il principio delle politiche suzukiane lo individuiamo già nel film capostipite dello Studio Ghibli, Il castello nel cielo. Per promuovere l’immagine del lungometraggio ai consumatori di massa, Suzuki si affida a due giganti del commercio nipponico: Toshiba e Ajinomoto. La prima produce un sistema hi-fi a tema “Laputa”, mentre il secondo commercializza un succo di frutta con il nome del film stesso. I risultati non sono straordinari, e Suzuki passa a metodi ancora più estremi e pervasivi (scatenando spesso le ire di Takahata). Ispirandosi – guarda caso – alla Lucasfilm, comprende che il merchandising è l’unico strumento per attivare un contatto emotivo con il pubblico, con il prodotto/merce che assume sempre più il ruolo di viatico ideale dell’investimento emozionale. Legando da questo punto in poi la mercificazione dei personaggi/icone ad una intensa rete di contatti commerciali, il Ghibli trova così la formula ideale per capitalizzare la qualità estetica dei suoi formidabili prodotti. A cui giunge grazie al contributo di una strategia aggressiva e oculata, che come nel caso di Zen – Grogu and Dust Bunnies, passa anche attraverso l’attivazione di una connessione tematica, oltre che industriale.

Nel brevissimo corto vediamo infatti il piccolo Grogu incontrare in uno spazio campestre le palline di fuliggine de La città incantata. Dalla musica, alle atmosfere, fino allo stesso contenitore distributivo (siamo su Disney+) tutto sembra urlare la propria appartenenza ai mondi di Star Wars/The Mandalorian. Eppure quel sostrato filosofico che sin da L’impero colpisce ancora definisce l’iconografia dei Gran Maestri Jedi, ha un riscontro evidente nella produzione ghibliana. Quasi come se questo Zen – Grogu and Dust Bunnies facesse della dottrina buddhista che lo attraversa il punto di contatto naturale con una realtà cultural-industriale comunque diversa. Ed è proprio qui che va forse (ri)trovato il cuore delle strategie promozionali dello studio. In quella propensione all’integrazione tematica tra prodotto/veicolo di commercializzazione che ha portato lo stesso Suzuki a promuovere Porco Rosso attraverso una partnership con Japan Airlines, allontanando definitivamente la freddezza comunicativa a cui sono soggette le operazioni di marketing più opportunistiche. Insomma, considerare la collaborazione con la Lucasfilm nelle vesti di un mera iniziativa (auto)indulgente, significherebbe trascendere una fetta importante dei modi in cui il Ghibli si è raccontato storicamente ai suoi fan/consumatori. Intrecciando con loro una relazione intensa ma transitoria, aperta alla contaminazione con orizzonti sempre inediti. E in cui anche un piccolo alieno dalla pelle verde può trovare idealmente il suo posto.

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