Zeros and Ones, di Abel Ferrara

Notte infinita e cyberpunk su di una Roma che Ferrara vuole fare esplodere, non c’è salvezza se non nelle immagini sgranate dei device, tra i versi dei profeti e l’alba militarizzata. In concorso

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“…c’è una filosofia, un sottofondo nello sguardo indifferente di una città distratta niente affatto disposta ad essere l’ultima tappa di un viaggio terribile ed è la delusione che si avverte negli occhi dei sopravvissuti, mortificati e ridenti, pronti a ricominciare, […] sui marciapiedi dove sdraiarsi addormentati, in una indolenza senza futuro. Punto finale senza destino – “morire, dormire, nulla di più”, Roma appare indefinita e distratta senza gli incubi di una città nascosta dentro un’altra città, come la città di Minnelli, Altra città, visione metafisica… Qui, in un rovesciamento ontologico, si avverte allora tutta la tragicità di una visione violenta, e la rabbia, di una inarrestabile fine. Un pensiero che attraversa la Storia e riguarda le macerie imperiali con il fermo immagine di un cinema del futuro.” Edoardo Bruno, Verso l’Apocalisse, su Piazza Vittorio di Abel Ferrara (Filmcritica n. 679)

Edoardo Bruno fu il primo a cogliere l’anima nascosta da profezia di quel discusso documentario di Ferrara (Quanto al futuro, ascolti: i suoi figli fascisti veleggeranno verso i mondi della Nuova Preistoria), e chissà cosa direbbe oggi guardando Zeros and Ones, un film che è forse il vero punto d’arrivo di una parabola che nasce proprio tra le maglie delle riprese di Piazza Vittorio (qualcuno dirà anche da molto prima, dal New Rose Hotel almeno)… la stazione Termini che in quel film era costeggiata dalle interviste di fronte alla Caritas e tra le palazzine di via Giolitti (si trattava già di un ritorno sui luoghi del set di Pasolini), pochi anni dopo sarebbe diventata il palco della crocifissione finale di Tommaso – come in quella tradizione tutta italiana di “appunti per un film su”, se l’opera con Dafoe “abita” le immagini del doc precedente, Zeros and Ones riparte dalle peregrinazioni per la Roma notturna sotto lockdown che facevano capolino nell’incredibile Sportin’ Life, e di quel progetto riprende la giovane squadra a supporto, il d.o.p. Sean Price Williams e il montatore Leonardo Daniel Bianchi.
Dai binari di quella stessa stazione Termini fa la sua comparsa nell’incipit Ethan Hawke (incrociato da Abel ai tempi di Chelsea on the rocks), rinnovando da subito la capacità di Ferrara di astrarre i luoghi quotidiani di Roma, e la loro familiarità (andrebbe, Zeros and Ones, mostrato in contrasto a certe “indagini” sull’umanità di Termini che mietono views su youtube negli ultimi tempi, condotte da volti del variopinto mondo del fitness romano…). E’ una notte qualsiasi nei corridoi deserti e sempre inquietanti della stazione dopo una certa ora, e allo stesso tempo non lo è, i soldati di pattuglia sembrano più minacciosi del solito, e le squadre che sanificano i tornelli sembrano provenire davvero dal futuro. Più avanti, il nostro protagonista vede o sogna soltanto di vedere al binocolo la cupola del Vaticano e di Castel Sant’Angelo saltare in aria?

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In questa notte infinita in cui è piombata la città, e il suo cuore nero dell’Esquilino, non è più possibile che alcuna verità venga restituita dai mille video sgranati di smartphone, tablet, obiettivi di drone e videochiamate, che inframmezzano il film: Hawke cercherà di sventare questo attentato alla santa sede muovendosi tra le anime sonnambule di un gioco di spie che attraversa i cospiratori russi negli hotel di lusso, gli smanettoni cinesi nei negozietti di riparazioni di cellulari, le palestre improvvisate nei garage, le chiese e le moschee, fino ad infilarsi nei giacigli di cartone dei senzatetto, sotto i porticati. Le domande sono sempre e soltanto due, quelle fondamentali: where? e when?
Difficile trovare una visione più disperata del punto in cui è piombata l’umanità in questa epoca-Covid: il finale porta con sé una carica di ambiguità destinata a restare – in questo risveglio alla normalità di Colle Oppio mentre albeggia, le persone si comportano come nulla fosse perché abbiamo vissuto tutti un incubo lungo una notte intera, o perché ignare del pericolo dell’esercito che li ha già tutti nel mirino, pronto a far fuoco? E’ davvero una bambina che passeggia per strada, sorridente e saltellante, il nuovo nemico pubblico numero uno di questo Stato?

Zeros and Ones è un film genuinamente cyberpunk (già dal titolo “in codice binario”…), che somiglia al Ferrara di fine anni ’90/primi 2000, e anche un po’ a certi esperimenti sci-fi/spionistici di Olivier Assayas del periodo, tra Demonlover e Boarding Gate: come in Blackout di Ferrara, la questione centrale riguarda lo sdoppiamento di personalità, e il raddoppio esponenziale, da curva di Moore, delle realtà possibili: il “profeta” di questa caduta del Vaticano (un anarchico? un comunista? un rivoluzionario…) è il fratello gemello del protagonista, interpretato sempre da Hawke (come il Dafoe “moltiplicato” di Siberia), e il video dell’interrogatorio in cui viene torchiato da Valerio Mastandrea (!) si trasforma in un monologo in cui il personaggio tiene insieme il suo sermone con citazioni di Woody Guthrie (mentre altrove ricorrono Cristo e San Francesco). Come a dire che non riusciremo più a riavvolgere il nastro fino all’immagine primaria (la straordinaria sequenza nella sezione iniziale in cui Hawke si aggira per il porticato di San Pietro con la sua videocamera), la coltre dei riferimenti e dei filtri applicati sulla Storia è ormai troppo stratificata per far sì che il reale possa essere ancora scoperto a occhio nudo.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.5 (2 voti)
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