Zohran Mamdani e le campagne social nella video-politica

Il primo sindaco musulmano di New York ha vinto le elezioni a suon di rate engagement, con le sue immagini istant sui social; segno di una video-politica dove vince chi sa costruirsi la sua realtà

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23 Ottobre 2024. Il giovane candidato sindaco Zohran Mamdani, trentaquattrenne nato in Uganda da genitori indiani, gironzola nella sua bianca kurta per le strade di New York. Guarda in camera sorridente con la voce ferma e l’eloquio ritmato dal montaggio del suo primo vlog agli albori della campagna social-elettorale “sporcandosi le mani”, come un giornalista da marciapiede, di lamenti e discorsi sul costo della vita, ormai insostenibile per molti newyorkesi. 

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E la Grande Mela di cui percorre le strade pare tanto la Chicago di The Bear con le prime immagini serratissime di Mamdani nelle cucine di una paninoteca notturna che riecheggia l’Original Beef della serie di Cristopher Storer. “Renderò il trasporto pubblico e l’assistenza all’infanzia gratis e accessibili a tutti – promette il giovane candidato – questa campagna è per ogni newyorkese che crede nella dignità dei loro quartieri”. 

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Dignità, orgoglio, giustizia. In un minuto e quaranta di video dai crismi verticali di TikTok – con i sottotitoli aesthetic e il montaggio intertestuale – Mamdani spacca lo schermo tra sé e l’elettore mentre sembra dire “a me gli occhi” con il sorriso del ragazzo di strada, avvolto nella sua kurta che si consegna all’autoghettizzazione, al bias cognitivo per cui il sangue multietnico e il credo musulmano siano sinonimo di un qualche tipo di sentimento popolaresco. 

Dopo quella prima messinscena, Mamdani girerà altre decine di video per la frenetica campagna social, fino alla vittoria elettorale come sindaco di New York nella tarda serata del 4 novembre, forte del 50,39% dei voti, contro il 41,59% del contendente Andrew Cuomo. Quest’ultimo, democratico già vinto da Mamdani ai tempi delle primarie, di anni ne ha 67, oltre trenta in più del neosindaco e sette milioni di follower in meno su Instagram: 219 mila vs 7 milioni e mezzo. 

La battaglia elettorale Mamdani l’ha già vinta sul fronte social a suon di rate engagement, un frame (o un follower?) alla volta verso la vittoria. Siamo nell’era della video-politica, fatta di oratori fulminei e régisseurs improvvisi delle loro messinscene in forma reel; veicolo così instant da rendere obsoleta anche la profezia warholiana sul futuro e i suoi “15 minuti di celebrità”. 

Oggi sono diventati molti meno: 2 minuti e mezzo, 60 o 30 secondi, vince chi riesce a misurare il tempo, e Mamdani è stato più bravo di Cuomo. Lo dimostra l’ultimo reel Instagram del sessantasettenne prima del silenzio elettorale, che è un filmato cinematicamente sghembo, nebuloso e stridulo. Deboli transizioni di montaggio guardano stancamente al piano americano di Cuomo: dal volto estraneo alla propaganda del video-influencer, pronuncia parole fragili. “Sono stato governatore di New York per anni – premette Cuomo – e se non sei molto informato sulle burocrazie finisci per sentirti frustrato ogni singola volta, ma quando capisci davvero come cambiare le cose puoi fare davvero grandi cose”. 

L’attacco del democratico nel suo reel – peraltro ultima call for you agli elettori prima del silenzio elettorale – è fin troppo debole, grigio e soprattutto non fa che responsabilizzare l’interlocutore con l’uso, insistito e insistente, della seconda persona. Cuomo parla di “you”, Mamdani non fa che dire “we” lungo tutta la sua campagna. 

Come quando si muove tra le bancarelle di paninari newyorkesi – metà inviato televisivo, metà foodblogger – e intervista i venditori sull’inflazione halal, cioè il costo delle licenze per vendere cibo in strada; o quando chiede agli elettori trumpiani giusto i perché del loro voto senza mai avanzare un però ma ascoltandoli sofisticamente. E poi l’ultimo colpo da maestro di digital strategy è arrivato qualche giorno fa, quando da acceso socialista ha raggiunto in bus il dibattito con Andrew Cuomo. Risultato? 25 minuti di ritardo a sostegno della sua tesi sull’inefficienza del trasporto pubblico newyorkese. 

Fenomenologia di Zohran Mamdani- sapientemente tracciata dal blog Substrack Fuori dal PED di Valentina Tonutti – che ha intessuto un’architettura di messaggi social con le stesse armi social che per anni hanno riempito d’orgoglio (e seguaci) la destra.

A tal riguardo un maestro della persuasione, primo grande influencer, è stato Berlusconi che ha fatto scuola con la sua presa sugli elettori, tracciando per certi versi il sentiero alla macchina social, detta “La Bestia”, dalla mente di Luca Morisi per le arringhe digitali di Matteo Salvini; tanto che nel marzo 2019, in piena campagna elettorale per le elezioni europee, il leader della lega vedeva il suo impero social crescere fino a 3,5 milioni di like alla sua pagina Facebook: sterminati adepti più che semplici follower, conquistati a suon dei vari slogan di pancia. Difficile che nei post di Salvini vi siano dati reali ed effettivamente verificabili, eppure ogni discorso risponde alla (post)verità: la strategia è quella di pescare dalla sindrome del complotto per una perfetta retorica della prevaricazione, come insegna Umberto Eco.

L’eloquio politico diventa merce in questa modernità predetta da Umberto Eco prima e dal linguista George Lakoff poi, che nel 2006 – quando Mamdani era ancora un teenager alle prese con Football Manager e le prime chat web – pubblica Non pensare all’elefante!, un saggio che parla ancora dell’oggi mentre si interroga sul lessico della politica: dalla retorica vivace e spesso vincente della destra alle parole più raffinate seppur artificiose della sinistra. Secondo Lakoff il politico per convincere deve essere: proattivo e mai reattivo, concreto negli obbiettivi, deve trovare la sua prospettiva per incorniciare la verità, e soprattutto, non usare le parole dell’avversario (non pensare all’elefante appunto) altrimenti lo rafforzerà.

La destra (in Italia e non solo) ha preso appunti da Lakoff molto meglio di ogni controparte, costruendosi mattone dopo mattone la sua “realtà addomesticata“, come scrive Gianni Oliva su La Stampa, per un gap sempre più dilagante con gli altoparlanti social.

E nel tempo in cui Kamal Harris vive un mese di gloria con la sua brat summer per poi assistere al trionfo trumpiano, o dove Elly Schlein finisce per prendere “ripetizioni” di comunicazione dal Partito Socialista Europeo, ecco che si fa largo una voce fuori dal coro.  Zohran Mamdani è il nuovo sindaco di New York che ha capito le regole del gioco preferendo l’immediatezza degli avversari all’austerità dei compagni. Ma soprattutto, è un millennial, cresciuto a pane e algoritmi che ha saputo costruirsi la gloria elettorale un’immagine alla volta.

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