Zoolander 2, di Ben Stiller

Il sequel del cult di Stiller del 2001 si inserisce nel recente filone di secondi episodi di opere diventate iconiche nello scorso decennio come Anchorman 2 di Adam McKay o, seppur il primo film fosse in questo caso di metà anni ’90, l’abissale Scemo & + Scemo 2 dei Farrelly.
Ma se questi due sono esempi di opere che radicalizzano con rabbia il sabotaggio insito nel DNA stesso della commedia americana più militante (su come il dittico Poliziotti di riserva/Anchorman 2, il capolavoro di McKay, sia in realtà la prova generale di quanto il cineasta abbia realizzato ne La grande scommessa, ci torneremo su presto), Zoolander 2 al contrario ricalca mestamente il destino che attraversa la comicità nel momento in cui diventa assimilata ed istituzionale (il riferimento principe rimane allora il team up Stiller-Eddie Murphy di qualche anno fa).
Il nuovo film di Stiller riesce così nell’impresa di trasformare la satira affilata, colta ed esplosiva del prototipo, divenuto con gli anni punto di riferimento centrale di tutta una nuova tradizione di demenziale a tinte pop, in un blockbuster edulcorato da esportazione internazionale, che costringe ad interessarsi del fenomeno e ad accalcarsi per “coprirlo” tutto un ramo della stampa di settore che altrimenti questo cinema non lo guarda neanche per sbaglio sui siti di streaming. Se l’originale aveva visto la sua fama crescere poco a poco nel tempo, questo nuovo arriva nelle sale con un clamore mediatico e promozionale gonfiatissimo: è probabile che il fulcro intero della questione sia tutto qui.

Fa buon gioco in questo la presenza della superstar-che-non-si-prende-sul-serio Penélope Cruz, e ancor più la scelta dell’ambientazione a Roma: Stiller si conferma regista strepitoso e raffinatissimo, e la sua Urbe andrebbe confrontata con quella altrettanto hollywoodiana di Spectre, e soprattutto con quella di Angeli e Demoni, che lo script sembra tirare in ballo apertamente attraverso l’esilarante teoria della cospirazione sulla presenza celata per millenni di un terzo uomo nel Giardino dell’Eden, il supermodello Steve destinato a generare una stirpe di Eletti con il dono dell’Eterna Giovinezza nel sangue.

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Ecco, se c’è un aspetto che non perde per un attimo la sua efficacia doc è proprio il gusto per il nonsense scorretto e per la parodia incrociata (la micidiale sequenza dell’evasione di Mugatu) che Stiller mutua da tutta la grande eredità mitologica del genere, e non è improbabile che nell’ottuso dibattito italiota possano destare un qualche scandalo i riferimenti alla promiscuità interspecie di Owen Wilson e la tautologia transgender del modello Benedict Cumberbatch.
Peccato però poi che l’arco dei riferimenti non si fermi prima di investire in pieno la pratica tutta contemporanea e di deriva social dei centomila cameos da infilare all’interno delle sequenze più destabilizzanti.

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Derek e il suo compare Hansel devono vedersela stavolta con le responsabilità del diventare genitori e dell’essere padri, un classico della poetica stilleriana, e nei suoi momenti migliori il film parla un linguaggio stratificatamente videoclipparo confermando in Ben un regista di musical mascherati, come il precedente fragilissimo I sogni segreti di Walter Mitty.
Non è un caso allora se le figure più in palla finiscono per essere quelle della coppia formata da Kristen Wiig, che era con Stiller per l’appunto già nel precedente, e Will Ferrell che sembra quello più felice di tutti di poter tornare a vestire i panni del suo formidabile cattivissimo me.

Titolo originale: id.

Regia: Ben Stiller

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Interpreti: Ben Stiller, Owen Wilson, Will Ferrell, Penélope Cruz, Kristen Wiig, Christine Taylor

Distribuzione: Universal

Durata: 100′

Origine: Usa 2016