Zora la vampira, dei Manetti Bros

Regia e sceneggiatura: Manetti bros.
Fotografia: Federico Schlatter
Montaggio: Federico Maneschi
Scenografia: Pierluigi Manetti
Costumi: Cinzia Lucchetti
Effetti digitali: Paolo Zeccara
Interpreti: Toni Bertorelli (Dracula), Micaela Ramazzotti (Zora), Carlo Verdone (Lombardi), Chef Ragoo ( Zombie MC), Lele Vannoli (Servitore), Ivo Garrani (prete), Sélen ( Vampira)
Produzione: Carlo Verdone e Marco Scaffardi per Virginia Film
Distribuzione: Cecchi Gori
Origine, anno: Italia, 2000

Autentica mina vagante nell’asfittico panorama del cinema italiano, “Zora la vampira” è un film su cui vale la pena riflettere. Marco e Antonio Manetti sono due talentuosi registi di videoclip, appassionati di cinema di genere, amanti della commedia, del musical e del rap. Hanno immaginato questo grottesco horror socio-contemporaneo e sono riusciti a coinvolgere nel progetto Carlo Verdone, produttore della pellicola (e interprete in un ruolo divertente). Chi poteva pensare ad una specie di spot videoclipparo o ad un’inutile ostentazione di estetica trash, si è dovuto ricredere. Zora la vampira si muove con una certa intelligenza sui sentieri del citazionismo e non tratta la memoria cinefila degli autori e degli spettatori in maniera residuale (cioè, i riferimenti non sono fatti a vanvera). Inoltre, costruisce attraverso l’hip-hop borgataro, una specie di ritmo interno al racconto, un “respiro” moderno che di fronte alla piattezza delle nostre produzioni sfocia nello sperimentalismo. La storia dei fratelli Manetti è ambiziosa. Il conte Dracula sbarca in Italia su una “carretta del mare” dopo aver dissanguato tutti i profughi albanesi. Attratto dai corpi delle ballerine viste in Tv, affitta una casa al Prenestino ma si trova a dover fare i conti con i problemi di qualsiasi immigrato senza permesso di soggiorno. Diventa però amico di Zora, una graffittara che lo introduce nel composito mondo dei centri sociali e dei drop-out.
Se da un lato è apprezzabile il tentativo dei Manetti Bros. di uscire dagli schemi, anche rappresentando una Roma notturna e assai poco “giubilare”, dall’altro il film risente del “rappismo” dilagante. Nella traduzione per immagini di un linguaggio musicale che sfrutta la potenza della parola, infatti, i due autori peccano di verbosità e perdono di vista l’impatto iniziale: tanto sono elettrizzanti i primi trenta minuti, con l’alternanza tra periferia romana e maniero transilvano, quanto sono noiosette le parti centrali, dove tutti parlano troppo. Ma la mano c’è, e l’occhio pure. Anche a noi conviene non perderli di vista.

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