ASIAN FILM FESTIVAL 2011 – “Going Home”, di Peter Chan

Peter Chan continua a mostrarci la dimensione al di là dell’immagine – come nell’ultimo Wu xia di Cannes, Chan sembra ossessionato da cosa c’è dietro, o dentro. La teoria principale su cui il suo cinema si basa è che, una volta scoperchiata la reale anima dell’artificio cinematografico, tutte le certezze avute sino a quella rivelazione in un solo istante finiscano radicalmente ribaltate.
Going Home, episodio conclusivo del trittico a sei mani Three prodotto dal cineasta nel 2002, parte come un horror da incubo infantile, un gigantesco palazzo disabitato e un bambino che si perde tra androni e corridoi: Christopher Doyle fa volare la sua mdp in circonvoluzioni impossibili, gli slittamenti nel montaggio creano interstizi in cui si nascondono fantasmi, Eric Tsang è il solito, monolitico punto fermo.
Poi all’improvviso la storia – firmata Teddy Chen, con chiari rimandi a Shining e Hitchcock ma senza oziosità, più che altro come segnali tra i segnali, tracce scoperte tra le tracce – apre l’ennesimo intermundia della filmografia di Peter Chan, e Going Home si trasforma in un nuovo, straziante melò senza alcun freno: una storia d’amore talmente forte da superare il confine della morte, e travalicare i confini e i limiti imposti al corpo umano – sino all’esplosione di un climax potentissimo affidato alla commozione dei ralenti, il frantumarsi di un sogno di amore eterno e condiviso, una corsa senza ritorno verso l’utopia di una resurrezione sentimentale.

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L’horror, o quantomeno il thriller, è ormai dimenticato: Chan racconta ancora una volta di emozioni scandalosamente intime, e di spettri ossessivamente privati. E di nuovo, la domanda che prepotente galleggia davanti a un suo film, diventa: qual è la realtà?
Ovviamente Going Home è l’occasione meno “giusta” per porsi l’interrogativo, trattandosi in qualche modo (anche) di una ghost story, ma il prologo e l’epilogo in questo strano studiolo di un misterioso fotografo segnano probabilmente due dei momenti in cui Peter Chan “ferma” il più esplicitamente possibile su pellicola la sua concezione teorica del cinema: pur fotografando fantasmi, il macchinario ribalta comunque l’immagine sottosopra prima di imprimere lo scatto, ovviamente due volte rovesciato. Ed è solo lo sguardo puro e ingenuo dei bambini, reali o immaginari, a riuscire a vedere le cose nel verso giusto.

Un commento

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    l'amore è una dolce morte. crudele e tenera. e a volte siamo costretti a "uccidere" ciò che amiamo, proprio per amore.
    gran film, bel pezzo.
    mélo si scrive con l'accento sulla "e"…