BERLINALE 61 – “Cave of Forgotten Dreams”, di Werner Herzog (Concorso)

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Non poteva essere che Hergog il regista prescelto per filmare l’immagine più antica tracciata da una mano e più a lungo negata all’occhio: con una camera 3D, il grande regista di Monaco è sceso nella grotta Chauvet, nel Sud della Francia, scoperta solo nel 1994, dove qualcuno 30.000 anni fa ha disegnato i graffiti più antichi a tutt’oggi rinvenuti

werner herzog, cave of forgotten dreams Naturalmente, non sono tanto le immagini in sé, quanto la profondità del loro tempo, a fare dei graffiti della grotta Chauvet (Sud della Francia, nella regione della Rhône-Alpes) una visione perfettamente herzoghiana. La vertigine di un messaggio che giunge da uno spazio che è diventato tempo interiore, visione nella/della grotta, preservata nell’abisso di un’umanità vecchia di almeno 30.000 anni. Tanto è il tempo che quei disegni tracciati con tecnica cinetica (a rendere l’effetto del movimento, come fossero i layer di un cartoon…) sono stati ad attendere Herzog, scelto dagli studiosi francesi come il filmmaker destinato a filmare la grotta (al prezzo simbolico di un euro…). La grotta Chauvet è stata nascosta all’uomo sino al 1994, anno in cui fu casualmente scoperta, rivelando il segreto di quei graffiti che sono considerati i disegni più antichi ritrovati a tuttì’oggi. Herzog ha il compito di entrare in questa parentesi del tempo e filmarla con una camera stereoscopica: l’immagine tridimensionale gioca con la profondità dello spazio concavo, con le prospettiva del buio da fendere con una sola lampada, senza alterare troppo i parametri ambientali di un luogo dove gli stessi ricercatori possono entrare raramente e solo in condizioni particolari… Non poteva essere che Herzog il regista prescelto per filmare l’immagine più antica tracciata da una mano e più a lungo negata all’occhio, lui che è il regista che da sempre cristallizza la pulsione stessa del vedere nel gesto del filmare, che si nutre nella forza arcaica delle immagini che appartengono a luoghi precisi, a tempi insondabili, a verità possedute in altri luoghi come fossero altre identità possibili del presente. Il 3D stesso diviene per lui il gioco con l’impossibile tangibibilità di quelle immagini, il miraggio di una spazialità che in realtà è negata alla presenza umana, la sfida di duplicare il vero effetto tridimensionale assicurato a quei graffidi dalle pareti irregolari su cui sono tracciati… Grande incantatore, Herzog, capace di ironia (come tutti i maghi, del resto) nel giocare con le illusioni che propone, capace di affabulare con la magia di un mondo in cui ciò che è visibile lascia le tracce dell’invisibile…

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