CANNES 64 – “Chatrak” di Vimukthi Jayasundara (Quinzaine des réalisateurs)

chatrak
Cineasta fattosi notare in concorso a Venezia due anni fa con Between two worlds, Vimukthi Jayasundara (Sri Lanka) radicalizza la sua singolare alchimia tra uno stile raffinato e controllatissimo e brucianti implicazioni politiche. Al centro, c'è l'irrefrenabile speculazione edilizia della Calcutta di oggi e le disuguaglianze sociali che essa porta con sé

 

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chatrakCineasta fattosi notare (dopo una Caméra d'Or a Cannes 2005) in concorso a Venezia due anni fa con Between two worlds, Vimukthi Jayasundara (Sri Lanka) radicalizza la sua singolare alchimia tra uno stile raffinato e controllatissimo e brucianti implicazioni politiche.
In Chatrak è soprattutto il secondo elemento a balzare in primo piano. Un digitale più leggero, meno rarefazione pittorica nelle inquadrature, più ricognizioni documentarie sugli stravolgimenti urbanistici in corso (il film è ambientato a Calcutta) ma identica abilità nello slittare il registro, quando meno ce lo si aspetta, dal resoconto realista sulla speculazione edilizia al fantastico, al lirico, al simbolico, all'astrazione poetica.
Siamo ancora “tra due mondi”, dunque (non a caso, poco dopo l'inizio due personaggi letteralmente sprofondano in un buco del terreno per ritrovarsi in un mondo parallelo, benché uguale a quello di provenienza). Ma anche tra due fratelli: c'è Rahul, architetto di successo che ha passato una dozzina di anni a Dubai, e il fratello impazzito, impoverito e che vive nella foresta. Il tentativo fallito del primo di ricucire i rapporti con il secondo sigilla l'insuperabilità strutturale delle differenze di classe (soprattutto in periodi di espansione vertiginosa come sta avvenendo a quelle latitudini) – e questa insuperabilità Jayasundara la mette sullo schermo preparando un percorso ad ostacoli dove l'anima realista del film e quella più onirico-evocativa-metaforica si intrecciano senza sintesi possibile, limitandosi invece alla discrasia e alla dissonanza, all'imprevedibilità quanto ai momenti in cui dovremmo aspettarci l'una piuttosto che l'altra. L'irriducibilità della discrepanza poveri vs. ricchi diventa la radicale eterogeneità di due modi diversi di fare cinema, audacemente giustapposti. Tale conflittualità è in sé il nucleo politico del film, la contraddizione che si tratta di rilevare senza fornire facili illusioni di risoluzione.
Da dettaglio d'ambiente, una tartaruga in un prato diventa, appena viene ripetuta, un'astrazione simbolica che espone (camminandoci sopra) l'impotenza del protagonista. Basta poco perché un lento carrello laterale passi da essere semplice esplorazione di uno spazio a ardito avvicinamento metaforico tra due elementi tra loro incongrui. L'apologo brechtiano che il film sembra essere nei primi minuti (un profugo e una guardia di confine che a sorpresa prendono a fraternizzare in uno spazio “utopico” che si direbbe fuori dal tempo) viene bruscamente infranto prima dall'irruzione di un verosimilissimo gruppetto di amici che rubano loro i vestiti mentre fanno il bagno in un fiume, e poi addirittura da un inserto documentario in bassa definizione con interviste agli indigenti a cui la speculazione edilizia ha sottratto abitazioni e terreni. E Rahul, quando corre disperato dentro la casa in costruzione, si limita a compiere un'azione narrativamente rilevante o ripropone, apparendo e scomparendo dal set a seconda delle zone più o meno illuminate che attraversa, la “intermittenza” che contraddistingue l'intera pellicola?
Chatrak è questo terreno incessantemente accidentato che non lascia costruire edifici sopra di sé, ma ci fa inciampare di continuo in uno slittamento di tono, in un'irruzione fantastica, in una misteriosa ripetizione… E così, riesce a darci un'immagine della realtà (economica e sociale) giustamente, sanamente contraddittoria.

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