VENEZIA 67 – "Black Swan", di Darren Aronofsky (Concorso)

natalie portam in black swan
La macchina a mano prova a seguire le traiettorie del corpo di Natalie Portman come aveva fatto con Mickey Rourke nel grandioso The Wrestler. Lì però dominava il corpo dell'attore, qui lo sguardo del cineasta che non riesce mai a trovare un equilibrio tra la struttura del film per grandi studios e l'anima più sperimentale del cinema indipendente. Nel cercare l'oscura sensualità, la pellicola perde in fisicità. La componente visionaria è stordente ma non avvolgente, nei giochi di luce e nelle sonorità insistite, segno di una metamorfosi solo macchinosa e di un film divorato dalla sua stessa ambizione
natalie portam in black swan
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Cerca continuamente il riflesso Black Swan. Uno specchio, un oggetto, un corpo dove proiettare il proprio doppio. Aronofsky, dopo il grandioso sodalizio con Mickey Rourke in The Wrestler prova a spingersi oltre, frammentando e moltiplicando i frammenti del viso e della figura di Natalie Portman. Lì però Rourke prevaleva e lo sguardo del regista lo seguiva. Qui Aronofsky utilizza la macchina a mano quasi alla stessa maniera nel filmare le traiettorie nervose di Nina, una ballerina che vive per la danza ed è soffocata dalla presenza della madre. Dopo che l'attuale stella del balletto è stata costretta a ritirarsi dalle scene, l'attuale direttore artistico Thomas Leroy è alla ricerca della protagonista per Il lago dei cigni, la produzione d'apertura della nuova stagione. Nina se la deve vedere con Lily, l'ultima arrivata. La prima sembra l'incarnazione adatta per la purezza del Cigno bianco, l'altra per la sensualità del Cigno nero. In questo thriller psicologico, il cineasta, per cercare il lato oscuro della personalità, perde la fisicità del film precedente. Le cicatrici sulle spalle e sulle dita della Portman non hanno infatti quella straordinaria e brutale carnalità di quelle di Rourke. Black Swan appare invece come un progetto che non riesce mai a trovare un equilibrio tra il respiro del cinema per i grandi studios e l'impeto sperimentale di quello più indipendente. Ed è così che la componente visionaria accecante di Requiem for a Dream si smarrisce dentro un'opera che sembra avere la pretesa di analizzare l'ambizione del mondo dello spettacolo in cui la danza appare quasi il riflesso del cinema (con tracce del Mankiewicz di Eva contro Eva e del Minnelli di Il bruto e la bella) e che cerca quasi la densità cromatica dell'inimitabile Scarpette rosse di Powell e Pressburger. C'è solo un momento del ballo nel locale che tocca epidermicamente, così come la figura di Winona Ryder quasi versione al femminile di E' nata una stella con reminescenze dark-horror soprattutto nella visione del suo corpo immobile in ospedale. Per il resto, per cercare di allontanarsi dalle visioni più classiche, il cineasta si fa inghiottire da stordenti giochi di luce e musicali nelle rappresentazioni di Il lago dei cigni con Vincent Cassell che è solo anima (poco più) nera di Michael Douglas di Chorus Line. Ma la metamorfosi è macchinosa ed è forse questo l'elemento più deludente di un'opera divorata dalla sua stessa ambizione.
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    Un commento

    • Michele Centini

      Aronofsky finora non è ha azzeccata una(The wrestler può interessare o meno, ma non inventa nulla). In particolare Requiem for a dream è una delle più grosse boiate degli anni 2000. In questo sesno Aronofsky è il re del kitsch.