#Venezia76 – The Kingmaker, di Lauren Greenfield

L’impressione che resta dopo avere visto il film di Laura Greenfield è quella che nonostante il mondo si sia assestato ormai su una sostanziale e non più regredibile globalizzazione, resti comunque una distanza incolmabile tra alcuni fatti anche gravi e che riguardano Paesi interi e la loro diffusione su scala mondiale. Un esempio crudo e nudo sono gli accadimenti politici nelle Filippine di questi ultimi decenni di cui poco sappiamo e di cui poco le cronache si occupano. Ma in quel paese è inarrestabile la grave violazione di diritti umani che continua silenziosamente a consumarsi.


La fotografa e regista americana, nota per i suoi lavori sul consumismo (uno dei suoi ultimi è la mostra che quest’anno è stata allestita al Louisiana Museum of Modern Art di Copenaghen dal titolo Generation wealth, sul concetto di benessere e di ostentazione della ricchezza), con The kingmaker, si cimenta nella riflessione sui temi politici e assolvendo alle lacune della cronaca storica e sociale delle Filippine, mette in scena, in parallelo, un racconto sull’ambizione e sullo sfrenato e mai soddisfatto desiderio di potere.
Partendo da Imelda Marcos, moglie del defunto dittatore Ferdinando Marcos, il film è al tempo stesso una riflessione sulle scorrette strategie della famiglia del dittatore per restare al potere, dirette con un cinismo ammantato da una propensione ad affermare la sua parte materna unita alla voglia di protezione del suo popolo, da una vera matriarca come Imelda e, una cronaca storico-politica che parte dalla morte del dittatore e arriva ad un oggi sempre più incerto.
Su questi due piani, non semplici da armonizzare come potrebbe sembrare, il film assolve con estrema lucidità il suo doppio compito di appassionare al racconto di questa saga familiare dedita con assoluta cura alla conquista del potere e, come nelle migliori trame scespiriane, passando indifferentemente sui diritti umani, sui corpi delle persone e su ogni forma possibile di violazione delle minime regole democratiche. Tutto ciò nonostante l’invocazione di quelle regole da parte di Bongbong Marcos figlio del dittatore e oggi in ascesa verso il potere, con la complicità di Rodrigo Duterte nominato Presidente nel 2016. Dietro tutto questo armamentario di trame e di strategie poste in essere senza scrupoli, c’è come sempre la ormai anziana, ma sempre attiva Imelda Marcos che oggi custodisce un impero anche economico, fatto di beni immobili, 107 conti bancari internazionali o oggetti di arte di grande valore, illegittimamente acquisito durante la lunga dittatura del marito.
Il film scava in questo inesauribile desiderio di potere della famiglia Marcos e sulle persecuzioni e le incriminazioni a carico dei suoi oppositori e ultima tra questi Leni Robredo la principale leader dell’opposizione oggi accusata di attentato al presidente il che potrebbe costargli 12 anni di galera in un Paese in cui anche le Corti di giustizia sono manipolate da Rodrigo Duterte vero padrone delle Filippine, così come appare a meno che i veri padroni non siano ancora i Marcos
E’ sempre la ottantacinquenne Imelda Marcos ad essere l’ideatrice di queste disegni volti a consolidare il potere. Dall’alto del suo appartamento nella zona ricca di Manila, contornata da una servitù sempre obbediente, nella migliore espressione di un populismo da manuale, fa di tutto per dimostrare il suo amore per il popolo filippino che negli ultimi anni ha visto però scomparire 3.200 persone che erano oppositori di Marcos o di Duterte. Nulla di meglio per questo populismo accattivante, che distribuire soldi ai ragazzini che si avvicinano al suo veicolo durante le sue uscite in città o a quelli che malati di tumore sono degenti nell’apposito reparto ospedaliero, o restituire delle Filippine il volto posticcio di un angolo di paradiso importando animali selvaggi dall’Africa come se questo fosse la soluzione ai mali del Paese, con il risultato di abbandonare, oggi, al loro destino quegli animali.
È la stessa regista a dichiarare che la figura di Imelda è un’altra faccia di quella indagine sull’opulenza che da anni persegue e mette in scena in varie forme. Anche in questo caso la ricchezza è legata alla corruzione e alla stravaganze di una donna che resta una costruttrice di potere di cui è sempre riuscita a servirsi fino a ritornare ad essere protagonista della scena politica dopo una rivolta popolare che aveva deposto la dittatura.
The kingmaker sembra costruire il retroscena di una ennesima tragedia scespiriana, sembra ricostruire ancora una volta, i cupi profili di una storia di cui abbiamo visto e letto decine di volte, getta una luce sinistra su un angolo buio del pianeta e lo fa con abile disinvoltura, con immediata efficacia, con una cura della ricostruzione dei fatti e dei loro antefatti, restituendo un ritratto nitido di un mondo oscuro e sconosciuto. The kingmaker diventa un altra immersione in quel reale che prende le forme e il profilo di ciò che invece dovrebbe apparire irreale e impossibile nel 2019.