17° Festival del cinema europeo di Lecce – Incontro con Elio Germano

Primo protagonista italiano del Festival del cinema europeo di Lecce è stato Elio Germano – miglior attore a Cannes per La nostra vita di Daniele Lucchetti – al quale è stata dedicata una retrospettiva di dieci film.

Al cospetto dei giornalisti, l’attore, subito interrogato a proposito dei David di Donatello appena assegnati, ha espresso favore per i numerosi premi  a Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti che ha avuto il coraggio di portare avanti un’idea diversa che andava a minare le certezze sulle quali troppo spesso il cinema italiano tende a stagnare. Germano ha tuttavia espresso un disappunto nei confronti della giuria dei David all’interno della quale ciascuna categoria dei comparti tecnici dovrebbe votare piuttosto che una giuria “popolare” che potrebbe scambiare per “belle” delle soluzioni troppo appariscenti perchè scorrette e che invece un esperto riconoscerebbe. In questo senso ha detto di aver apprezzato i premi per i comparti tecnici del film di Garrone.

A proposito di un eventuale autodirezione cinematografica, così come già avvenuto in teatro, Elio Germano ha parlato di una simile scelta finalizzata ad una maggiore libertà, il principale valore del teatro che non è remunerativo come il cinema. Ha dichiarato di poter considerare la regia cinematografica solo per poter proteggere il lavoro degli attori.

Interrogato sull’inadeguatezza di un pubblico che ormai tende a riservargli un eccessivo clamore, Elio Germano ha dichiarato di non riuscire ancora ad abituarsi alle continue foto e ai continui abbracci, in quanto quello dell’attore è un lavoro durante il quale il pubblico è assente, arriva solo dopo. Ha paragonato l’attore all’inchiostro dello scrittore, e dunque a un mezzo che non è davvero costitutivo del film (per il quale fondamentale è il montaggio). In passato gli attori non avevano una buona reputazione, è dagli anni del divismo americano che la situazione è cambiata. “Dovrebbero piuttosto essere idolatrati i poeti, gli autori, chi esprime se stesso e sa fare qualcosa, come ad esempio medici”.

Prossimamente vestirà i panni di San Francesco per un film francese che racconta la comunità dei francescani, una “comune di pazzi molto ispirati” e le complessità politiche di quel tipo di assemblea. Nel frattempo l’attività teatrale continua, anche se non è in corso una vera e propria stagione ma singole date, e anche l’attività della sua band Bestie rare è in corso (suoneranno per la festa di Emergency a maggio).

Alla domanda “Ti senti vecchio?”, vista la consegna dell’Ulivo d’oro alla carriera a soli 35 anni, l’attore ha risposto: “Io mi sento vecchio dalla nascita, non mi sento pronto a essere padre ma mi piacerebbe essere già nonno, anche se ho solo l’indole e non la saggezza necessaria!”.

E per finire non è mancata una riflessione su Roma e sulla situazione delle sue arterie culturali e sociali in questi giorni profondamente amareggiate. Elio Germano ha denunciato il fatto che la città sia ora in mano a due prefetti che stanno ostacolando qualcosa che invece non dovrebbe essere ostacolata e cioè tutta quella serie di spazi e servizi culturali e non solo (si pensi al Grande Cocomero o la Palestra popolare) che recentemente hanno avuto una lettera di sgombero.

“In Italia stiamo sopravvivendo grazie a tutte quelle persone che si danno da fare al di là del proprio piccolo dovere e stipendio per fare qualcosa di più, per tirare avanti e ridare dignità al proprio mestiere. Queste realtà sono costrette a sconfinare in zone di illegalità perché non hanno il loro riconosciuto spazio. A me piacerebbe che si facesse differenza tra l’illegalità di chi fa qualcosa per gli altri e quella di chi usa gli altri per propri interessi personali: c’è differenza tra chi fa speculazione edilizia per interessi economici in luoghi inadatti e chi prende uno spazio abbandonato da anni senza percepire soldi e lo mette a posto insieme ad altri per creare spazi culturali”.