48° Laceno d’Oro – Incontro con Paul Schrader

Il regista, che ha ricevuto il Premio alla Carriera in occasione del festival avellinese, ha parlato del futuro del cinema, tra rivoluzione digitale ed empatia

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Venerdì 8 dicembre, in occasione della consegna del Premio alla Carriera, Paul Schrader ha tenuto una Masterclass davanti al pubblico del Laceno d’Oro, che ha gremito il cinema Partenio di Avellino. L’incontro è stato preceduto dalla visione del corto Future Reloaded, girato dal regista esattamente dieci anni fa, per la 70a edizione del Festival di Venezia. Nel breve filmato Schrader ragionava sul futuro del cinema. E da lì ha ripreso il discorso. “Qualsiasi cosa pensavamo di sapere sul futuro del cinema in realtà non la sappiamo. La rivoluzione digitale ha cambiato completamente tutto, ha cambiato l’esperienza del cinema. Il cinema era in genere qualcosa che veniva proiettato in una sala buia, che durava circa due ore. Oggi invece ci troviamo magari a fare l’esperienza di una serie di 15 episodi in 15 ore o un video su YouTube di 5 minuti“. Anche la questione dei finanziamenti è centrale nel discorso, poiché gli studios, che un tempo investivano sui registi con la certezza di riottenere i soldi dagli incassi al botteghino, oggi sono stati sostituiti dalle piattaforme che finanziano i film per ragioni completamente diverse. “Non sappiamo dove li vediamo i film, come li vediamo, e tra parentesi non sappiamo neanche più come oggi vengono realizzati. La maggior parte dei film in passato veniva fatta nel corso della produzione, oggi è sempre più frequente trovarsi a vedere film che vengono fatti nella fase di post produzione, attraverso la tecnologia digitale. E anche questo è un qualcosa che sta rapidamente cambiando, si sta evolvendo. Quello che potrebbe essere interessante è cercare di elaborare una piccola guida per cercare di capire qual è l’interesse del pubblico, in quale direzione il pubblico vuole che si vada“.

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E a proposito della tecnologia digitale, Schrader ragiona sull’impatto che ha sulle immagini e sulla realtà: “Una cosa che questa tecnologia non è riuscita ancora a darci, è creare un umanoide che possa essere simile a un essere in carne ed ossa ma che possa sviluppare o suscitare un sentimento di empatia, come potrebbe essere Frankestein o Terminator. Ora però stiamo vedendo che ci sono dei cambiamenti in corso e quindi vediamo dove si andrà a finire, dove ci si spingerà. Forse vedremo dei non umani che fanno finta di essere umani oppure addirittura creeranno dei non umani che verranno guardati da altri non umani?”. Ed è proprio l’empatia il tema portante della riflessione sullo stato attuale del cinema: “Penso che la cosa peggiore oggi sia la mancanza di empatia. E questo corrisponde benissimo a quella che è la definizione di cinema perché il cinema è fatto da immagini in movimento. Vengono chiamate immagini in movimento perché le immagini suscitano empatia. Se io vi faccio vedere l’immagine di un cane immediatamente si sviluppa un senso di empatia nei confronti di quest’immagine. Ma in questo senso possono essere sia buone che cattive. La storia del cinema è stata entrambe. per esempio non c’è documentario meglio realizzato de Il Trionfo della Volontà, eppure è un documentario che è l’esaltazione della spinta verso il male.”

Il regista ha poi ripercorso la propria esperienza personale, raccontando della prima visione di Pickpocket di Robert Bresson e di quanto questo film sia stato centrale nella sua formazione come cineasta: “Nella primavera del 1970 ho visto un film di 75 minuti che ha dato un’impronta alla mia vita. Ero a Los Angeles e facevo il critico cinematografico e ho visto Pickpocket. In 75 minuti ho capito due cose: uno, che io avevo avuto un’educazione religiosa all’interno di una chiesa e in questo momento mi trovavo in un mondo, quello di Los Angeles, assolutamente profano e pensavo che questi due mondi non si sarebbero mai potuti incontrare. Invece, quello che ho visto in questo film mi ha fatto capire che questo era possibile, non sul piano del contenuto, bensì sul quello dello stile. La seconda cosa che ho realizzato è che, in quel momento stavo frequentando la scuola di cinema, ma non volevo fare il regista e quando ho visto Pickpocket, la storia di questo ladruncolo che viaggiava, incontrava le ragazze, poi ritornava a commettere questi reati, mi sono detto che una cosa di questo genere la potevo scrivere anch’io. Due anni dopo ho scritto la sceneggiatura di Taxi Driver, che fondamentalmente parla di un uomo così”.

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E sulla costruzione dell’empatia nei confronti dei suoi personaggi, spesso borderline, criminali, dice: “Quello di cui mi sono reso conto è che quello che Bresson faceva era trattenere alcuni elementi che uno si aspetta di vedere, spingendo te a protenderti in avanti. In un certo senso manipolava la tua capacità di provare empatia e alla fine ti spingeva, ti portava a provare empatia e simpatia nei confronti di persone che tu non avresti mai considerato degne della tua empatia. È un ballo, è qualcosa di un po’ insidioso che è esattamente il contrario di quello che di solito i film fanno. Perché i film sono la cosa più pigra che uno possa fare. Tu come spettatore non devi fare assolutamente nulla. Stai là e il film ti dà tutto, ti fa i discorsi, ti fa vedere delle bellissime immagini, ti racconta una storia, in caso tu non abbia proprio capito ci mette la musica, ti dice cosa devi provare, neanche devi decidere tu, ti dice se devi sentirti felice, se devi avere paura, se ti devi sentire triste, quindi il pubblico da questo punto di vista è qualcosa di passivo. E quindi per creare empatia nei confronti di personaggi che l’empatia non la suscitano è necessario che tu trattenga, che tu sottragga delle cose.”

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