After Love, di Aleem Khan

L’esordio del giovane regista inglese rielabora il cliché del tradimento per portarci nel terreno dell’inconoscibile amoroso. Tinte thriller per il film che porta il bollino del Festival di Cannes

Presentato alla quindicesima Festa del Cinema di Roma col bollino di Cannes – in tempi non pandemici l’avremmo visto alla Semaine de la Critique – After Love, esordio alla regia di Aleem Khan, trentacinquenne regista inglese, già conosciuto per i suoi cortometraggi presentati al Sundance ed a Locarno, ha un titolo che ci interroga. Cosa c’è dopo l’amore? O piuttosto, c’è qualcosa dopo l’amore? Lungi dal darci una risposta (e del resto chi mai potrebbe?), con il suo film, non fa che guidarci per mano nello straordinario terreno dell’inconoscibile dell’amore.

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Abilissimo nel manipolare una vicenda da manuale, arricchita da elementi d’ispirazione biografica, arriva a decostruirne i cliché uno dopo l’altro. Prende così forma un ricco puzzle che rielabora la storia di un tradimento arrivando a tingersi di delicate nuance thriller, dove però, merito anche dell’interpretazione di Joanna Scanlan, non viene mai sacrificata un’attenzione all’emotività femminile.

Mary Hussein (Joanna Scanlan) vive a Dover, cittadina portuale inglese dalle bianche, altissime e celebri scogliere a strapiombo sul mare. Si è convertita all’islam per amore, accogliendo serenamente, negli anni, una cultura tanto diversa. Una notte il marito muore inaspettatamente e nel raccogliere i suoi averi scopre un segreto che la spinge a rimettere in discussione una vita intera: l’uomo aveva un’altra donna, un’altra vita, a pochissime miglia di distanza, nella dirimpettaia Calais, da cui solo un’esile porzione di mare la divide. Con il coraggio misto a quella straordinaria adrenalina di chi non ha più nulla da perdere decide di prendere la via del mare ed attraversare la Manica in cerca di risposte. Oltre ogni aspettativa scopre che in Francia suo marito non solo aveva un’amante ma che quest’altra donna occidentale e non musulmana gli aveva dato un figlio ed una famiglia. Come in un classico ménage à trois, ci sono due donne, due vite, due sponde, due letti. La metafora è chiara, Dover e Calais, due luoghi appartenenti a due nazioni diverse, ricche di storia. Poi c’è l’uomo, un marinaio che in questo caso, come vuole il detto, trova casa in porti diversi. Cosa succede però quando l’uomo viene a mancare è cosa misteriosa e straordinaria. Il processo del riconoscimento, quell’anagnorisis drammatica, di cui già Aristotele parlava, non è semplice, con la gelosia ed il dramma di entrambe a dettare le regole di un rapporto sulla carta impossibile. Eppure è nel lutto vissuto da entrambe, in quelle rocce che crollano, nelle crepe, in casa come nella vita di ciascuno, che le donne, specchiandosi l’una nell’altra, trovano la pace e l’accettazione reciproca, non più avversarie per via di un uomo, ma finalmente sorelle.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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