Armand, di Halfdan Ullmann Tøndel

Con un struttura ispirata al teatro, racconta di una madre che deve difendere il figlio da terribili accuse di natura sessuale. Un buon esordio, solo incerto nel finale. CANNES77. Un Certain Regard.

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Cosa è vero e cosa è falso? Menzogne e segreti sono il centro del film norvegese in concorso a Un Certain Regard, che parte da un terribile sospetto, gli abusi di natura sessuale denunciati da un bambino di sei anni, Jon, da parte di un coetaneo, Armand. Una tematica esplorata per certi versi nel film Monster di Hirokazu Kore-eda, o in maniera piuttosto infelice in Educazione fisica di Stefano Cipani, questo soprattutto per la struttura narrativa simile. Un’accusa terribile raccolta dai dirigenti di una scuola, il preside ed alcune sue collaboratrici, che per fare chiarezza decidono di convocare una riunione e discutere l’accaduto. Alla riunione intervengono la madre single di Armand, Elisabeth (Renate Reinsve), un’attrice rimasta single dopo la morte del marito e i genitori di Jon, Sarah e Anders. Tutti insieme diventeranno i protagonisti della storia racchiusa all’interno delle pareti dell’ufficio scolastico, uffici, corridoi e laboratori dove mano a mano viene esposta una versione dei fatti e con essa si addensano le ombre ed il dubbio. Alimentato dal tenere i bambini sempre in fuori campo, discutendo in assenza degli interessati, e lasciando che a condizionare i dialoghi sia il frutto di pregiudizi e vecchi rancori. La scrittura e la recitazione sono l’aspetto dominante di Armand, ed il testo riflette in effetti gli assiomi del teatro borghese scandinavo, l’ipocrisia, il cinismo e la manipolazione.

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Per Halfdan Ullmann Tøndel, nipote di Liv Ullmann e Ingmar Bergman, si tratta del primo lungometraggio, nel quale dimostra buone capacità registiche, bravo soprattutto ad affidarsi all’esperienza degli attori nell’orientale gli umori della scene, che hanno un tono perlopiù drammatico, senza rinunciare ad alcune note ironiche. Merito degli incastri narrativi sono invece l’incertezza e l’ambiguità della vicenda, dettagli, indizi, ogni piccolo tassello inserito per completare il mosaico ma renderlo se possibile più enigmatico. Un quadro reso instabile dal progressivo emergere delle nevrosi dei protagonisti, risate nervose ed incontrollate, scatti d’ira, imbarazzi. E che si trasforma in un dibattimento processuale dove sotto accusa è la madre, per il suo stile di vita emancipato ed un comportamento giudicato da una società ancora bigotta. Un esordio con ampi margini di miglioramento, ma già un ottimo biglietto da visita. Da Renate Reinsve arriva invece una conferma, in un ruolo meno basato sul coinvolgimento fisico,  con maggiore gestualità ed espressività del volto. Lascia invece perplessi il finale, allusivo, metaforico, ed anche superfluo nel mettere il punto a quanto già mostrato in precedenza.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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