ASIAN FILM FESTIVAL 2011 – “Comrades, Almost a Love Story”, di Peter Chan

comrades almost a love storyChe strano cammino ho dovuto percorrere per arrivare fino a te.
 
Tutto ha inizio l’1 marzo 1986. Li Xiao-jun (Leon Lai) è svegliato di soprassalto all’arrivo alla stazione di Kowloon, la porta d’accesso di Hong Kong. E’ un Mainlander, un cinese in cerca di un po’ di fortuna, col sogno di poter un giorno sposare la fidanzata rimasta a casa. Ma la metropoli è un inferno: la lingua cantonese è incomprensibile, l’inglese men che meno, il lavoro faticoso e frustrante, la solitudine incolmabile. Ma Xiao-jun non si dà per vinto, va avanti col solito entusiasmo e trova aiuto in un’altra compagna cinese, la pragmatica e ambiziosa Li Qiao (Maggie Cheung). Tra i due nasce qualcosa, ma, come diceva mio nonno, matrimoni e vescovadi dal ciel son destinati.
Comrades, Almost a Love Story assomiglia a uno di quegli oggetti perfetti di cui non si riesce a cogliere tutta la misteriosa complessità, nascosta sotto lo splendore delle forme. E allora sta a chi guarda andare, pazientemente, alla ricerca di tutti i segni, di quei magici meccanismi di funzionamento, che si sottraggono a prima vista. Ecco, Comrades è proprio questo. Una delle espressioni più compiute della vertiginosa eleganza formale del cinema di Peter Chan, ma anche un film che sembra sottrarsi e nascondersi al pari di un sentimento intimo, lasciando intravedere solo una minima parte della sua vitalità profonda, della sua ricchezza visiva, narrativa, emotiva. E’ un UFO (non a caso il nome della società di produzione di Chan), un oggetto volante non identificato, che brucia alla velocità di cento, mille altri film, ma appare indecifrabile come la vita nell’attimo stesso in cui si compie. Per poi arrivare solo dopo, come il cinema tutto, a mostrare le trame del disegno, del gioco del caso e dell’amore di cui è fatto. Ed è proprio nella scoperta di questo cuore segreto che riposa il senso. Così, un orologio d’oro, inquadrato quasi di nascosto, sembra un segno colto a caso, per diventar poi lo strumento della morte o, a seconda, il principio della ricongiunzione.
E' cinema vagante che parte come una classica commedia sentimentale, ma scivola ben presto nel mélo più sfrenato, in un susseguirsi di emozioni e tuffi al cuore. Eppure il romanticismo è sempre in secondo piano, come schiacciato dalle difficoltà asfissianti della quotidianità, dalle ansie della vita materiale. In questo gioco di piste false e vere, di tracciati lasciati a metà, fermate e ripartenze, quei brevi (mancati) incontri, Peter Chan sembra voler raccontare la realtà psicologica di un momento storico ben preciso: la crisi economica di Hong Kong, l’ansia dell’Handover imminente (il film è del ’96, il ritorno alla Madrepatria è datato 1 luglio 1997), lo sviluppo incipiente della Cina, lo spaesamento dell’emigrazione. Ma, in realtà, facendo oscillare i suoi personaggi tra i poli opposti dell’innocenza e dell’interesse, del desiderio e del dovere, dell’istinto e della cinica razionalità, coglie nel profondo la verità universale di un sentimento che si nutre di solitudine e malinconia e mette in gioco fortune e scelte morali. Passa, così, attraverso tutto l’amore possibile e immaginabile, al punto che quell’almost del titolo sembra un altro tentativo di sottrarsi. Una storia d’amore è ricordo, rimpianto, desiderio, rabbia, impotenza, paura, tremore, gioia, dolore, incoscienza, egoismo, meschinità, tenerezza, affetto, abitudine, casualità. E' il tracciato di legami invisibili che si disfano e ricompongono secondo una logica ancora indecifrabile. E su ogni cosa, l’orrore della fine. Ma si fanno film per sopravvivere alla perdita, dice Peter Chan. Per questo ci porta per mano sino all’orlo dell’inevitabile. Ci invita a saltare. Jump, you son of the bitch, jump. Ma solo per farci scoprire che qualcosa è sopravvissuto sotto la cenere dei tempi andati. Forse, ci dice, un dio assurdo esiste. Ci passa accanto, ci sfiora e si addormenta poggiando la sua testa sulla nostra. Riposa nascosto nel cuore, tra le immagini rubate di William Holden. O nello sguardo eterno di Maggie Cheung.