Beckett, di Ferdinando Cito Filomarino

Presentato in anteprima al Festival di Locarno e disponibile su Netflix il secondo film di Filomarino è un sorprendente action-thriller.

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Ancora un nome proprio: Beckett. Come nel film precedente del regista, Antonia. Lì il biopic della poetessa Antonia Pozzi, qui un action thriller su un fuggitivo afroamericano in Grecia. Ma in entrambi i casi i nomi stanno a indicare la progressiva identificazione di un singolo. Il nome, proprio perché individuale, è di per sé un punto di partenza neutro che va “meritato” e conosciuto (dallo spettatore come dal protagonista) passo dopo passo, nel corso di un intero film. Chi è Antonia? Chi è Beckett? Quanta strada, sudore e sangue servono per essere Beckett?

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Non a caso inizia come un melò di coppia Beckett, per poi cambiare percorso, diventare cinema di “genere” e storia di un individuo. John David Washington (qui alla sua prova migliore) e Alicia Wikander sono due turisti in vacanza in una Grecia dilaniata dai conflitti politici e sociali, da cui quali però sono fuggiti. Hanno lasciato la loro camera d’albergo davanti alla manifestazione del leader dell’opposizione Karras, per finire nelle zone montane del nord. Una notte l’uomo ha un colpo di sonno mentre guida, l’automobile va fuori strada e finisce dentro un’abitazione. L’incidente è mortale per la compagna. Beckett, distrutto, esce dall’ospedale e torna sul luogo dell’incidente. Un poliziotto e una donna gli sparano addosso e lo costringono a una fuga sfiancante e disperata, che dalla periferia lo riporta ad Atene. Fino all’ambasciata degli Stati Uniti, il luogo più sicuro per lo “straniero” protagonista. O forse no.

Filomarino giostra bene ritmo e tensioni dell’action d’autore, dove la gente comune può morire da un momento all’altro e il limite tra buoni e cattivi è indiscernibile. Lo sfondo è quello di una rivoluzione popolare stroncata sul nascere da spie, mafie, interessi occidendali. Insomma siamo dalla parti cupe, compulsive e sottilmente complottiste del Bourne di Greengrass, senza però lo stile ipercinetico del regista inglese. Filomarino segue infatti una linea che è più metafisica. Il paesaggio greco per il turista americano in fuga assume contorni alienanti e allucinatori, come se scoprissimo attraverso gli occhi del protagonista e il suo corpo martoriato uno spazio/mondo primordiale e allo stesso tempo esemplare dell’Europa di oggi. Del resto tutto Beckett potrebbe esser facilmente letto come il delirio paranoide di un uomo dilaniato dal senso di colpa per aver ucciso la sua compagna. E qui entra in gioco la figura femminile come fantasma in fuori campo che muove le pulsioni di chi sopravvive alla morte. Come Antonia che lasciava su di sé poesie e rimpianti ai fragili testimoni della sua esistenza, così April (Wikander) lascia la sua capacità di “vedere” storie (cruciale la scena della coppia tra le rovine a inizio film) e aprire l’anima a un uomo condannato a sopravvivere come fosse un super-eroe, destinato a “chiudere” il film. “Sarei dovuto morire!“.

Regia: Ferdinando Cito Filomarino
Interpreti: John David Washington, Vickie Krieps, Alicia Wikander, Boyd Holbrook, Yorgos Pirpassopoulos, Filippos Ioannidis
Distribuzione: Netflix
Durata: 110′
Origine: Italia, Brasile, Grecia, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3 (5 voti)
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