BERLINALE 64 – 20.000 Days on Earth, di Iain Forsyth e Jane Pollard (Panorama Dokumente)

 Nick Cave spalanca gli occhi al primo raggio di sole e si strappa di dosso la notte lasciando la sua compagna addormentata tra le lenzuola candide della sua casa di Brighton, mentre la memoria corre veloce alla copertina del suo ultimo album “Push the sky away”. Il mare è la prima immagine che gli corre incontro, con tutta la sua potenza e la sua poesia. Sempre diverso, in continua trasformazione, si veste ogni giorno di una nuova forma, passando in un batter d'occhio dalla calma disarmante all’impeto della tempesta, e si specchia nel temperamento di questo artista che dall'inizio degli anni Ottanta non ha mai smesso di creare e di ricrearsi.

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Eclettico e instancabile, Nick Cave riesce ad essere tante persone in un solo uomo e in un solo giorno, tanto che 20,000 Days on Earth non ripercorre l’intero corso della sua vita, ma la comprime in un’unica intensa giornata, in cui il mondo della creazione e della performance si incontrano con quello privato della famiglia e della solitudine esistenziale. Iain Forsyth e Jane Pollard, con in mano solo dieci ore di riprese e un breve canovaccio, spettacolarizzano il documentario, e trasformano in fiction la vita straordinaria del leader dei Bad Seeds, lasciando a lui l’intera scena. Con i suoi versi lapidari sullo sofondo, gli anni a Berlino e gli incontri che gli hanno cambiato la vita, come quello con Kylie Minogue e con l’amico di sempre Mick Harvey, con cui ha fondato negli anni Ottanta il gruppo post-punk The Birthday Party, scorrono velocemente su una carrellata di vecchie foto, mentre l’obiettivo è puntato sui pensieri di Nick e sui suoi ricordi. Cinema musica e letteratura si ricongiungono nel talento di un uomo che dopo trent'anni di carriera è ancora una delle figure più innovative del panorama musicale alternative rock e in un film che non segue i canoni del documentario ma li travalica in una narrazione poetica a più voci.

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Come in una lunga seduta psicoanalitica, i fantasmi del passato emergono uno dopo l’altro dall’oscurità per accomodarsi sul sedile posteriore della sua auto e raccogliere le sue confessioni, perché la macchina è il luogo ideale per riflettere sul senso della vita, è un luogo privato, in cui si può osservare il mondo senza essere ascoltati. Voci, immagini e ricordi si susseguono e il suo corpo vibra mentre racconta la perdita di suo padre, la prima volta in cui ha toccato una donna o l'incredibile fascinazione per le allitterazioni che gli ha provocato la Lolita di Nabokov. In una narrazione al limite tra realtà e immaginazione, i toni si alternano di continuo, facendo da contrappunto l'uno all'altro come gli stati d’animo dell’artista e le canzoni che porta in scena, da quelli più bassi e gloomy che fanno da sfondo al suo rapporto con il passato e con la fede, a quelli scoppiettanti che accompagnano le chiacchierate sulla storia del rock con il collega Warren Ellis.

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Nick scrive, compone, incontra gli amici, passa ore in sala prove, di dibatte sul palco tra i fan in delirio, ma poi torna silenziosamente alla sua famiglia e al mare. Nella sua dimensione di poeta, musicista e attore, ha trovato nei suoi 20,000 Days on Earth la perfetta congiunzione tra forme d’arte diverse e complementari, che insieme gli permettono di essere chi desidera in quel preciso istante, la rock star idolatrata da folle urlanti o il padre, che sgranocchia la pizza con i suoi figli davanti alla tv. “I am alone now. I am beyond recriminations. Curtains are shut. Furniture has gone. I’m transforming. I’m vibrating. I’m glowing. I’m flying. Look at me now”. Agli ultimi ultimi versi di Jubilee Street sono affidati i suoi ultimi pensieri, quelli che riempiono lo spazio dietro il sipario alla vigilia di un nuovo giorno.