BERLINALE 65 – Body, di Malgorzata Szumowska (Concorso)

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Il titolo è una dichiarazione d'intenti: il corpo come ossessione. Ma il cinema della regista polacca è troppo compiaciuto e contraddittorio e getta dalla finestra anche soggetti interessanti perché non prende una strada decisa tra la finzione e la video-installazione. Si frulla un po' tutto, anche Kieslowski con Seidl. Ma davanti a un film del genere si prova la stessa inappetenza della ragazza anoressica.

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bodyIl corpo come ossessione. Il cinema di Malgorzata Szumowska sembra a tratti usare le immagini come una video-installazione. Legate e svincolate dalla trama, come se dovessero possedere una sua autonomia rispetto al contesto narrativo. Il disegno teorico è interessante, i risultati però non lo sostengono per niente. Dal mondo della prostituzione femminile di Elles con la giornalista Juliette Binoche che sta conducendo un'inchiesta a quello del centro di recupero di una parrocchia gestito da un sacerdote di In the Name of..., fino al gruppo di ragazze anoressiche e la terapeuta di Body, c'è sempre un rapporto stretto tra il singolo e il gruppo. Nel film si incrociano le esistenze di un cinico coroner, della figlia anoressica che non si è ancora ripresa dalla morte della madre e della dottoressa (che ha alle spalle anche lei un doloroso lutto) che evoca misteriose presente per aiutare a superare la perdita. 

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Il titolo è già una chiara dichiarazione d'intenti. Il corpo è intrinsecamente collegato allo stato d'animo che si prova in un determinato periodo della propria vita. Al tempo stesso è un'entità singola, da filmare come cadavere, come merce, come provato dalla magrezza. Il cinema dela regista polacca ambisce ad essere astratto e terapeutico. Ma la presunta pulizia formale (le ombre sul muro bianco, le sagome disegnate dei corpi) viene contaminata da visioni (la donna sulla strada che la terapeuta pensa di rischiare di investire con l'auto), da evocazioni che sono tra lo stonato e il ridicolo. E soprattutto Body disperde la potenziale energia che la fisicità del soggetto poteva dargli, come nella scena in cui la ragazza si sfoga dando i pugni pensando al padre prima di scoppiare a piangere. 

Le sculture animate del cinema della Szumoska sono ancora l'esempio di un cinema troppo compiaciuto che getta dalla finestra anche soggetti interessanti. Un cinema troppo contraddittorio, che non è né ricerca né finzione pura. Si frulla un po' tutto, come la pasta e le fette di pane alla marmellata che è il pasto che la giovane protagonista non vuole mangiare. Ma si frllano anche un po' di Kieslowski e un po' di Seidl. Ecco, davanti a un cinma del genere, c'è la stessa sensazione di inappetenza.

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