BERLINALE 65 – Journal d’une femme de chambre, di Benoit Jacquot (Concorso)

Film stills
Jacquot
piazza in questa ricostruzione d’inizio 900 borghese in villa di campagna francese un segno apertamente anacronistico e modernissimo com’e’ Léa Seydoux, volto e corpo di puntuale singolarità, visitatrice piombata da un’epoca del tutto non appartenente al tempo della vicenda. Unico altro alieno "dal mondo reale" è Vincent Lindon, e i rantoli della sua voce da un'altra lunghezza d'onda

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Film stillsDopo i precedenti illustri di Renoir (1946) e Buñuel (1964), Jacquot adatta nuovamente il romanzo di Octave Mirbeau ma la sua massima ambizione sembra quella di eguagliare un tardo Vadim, tra Helle’ (ci pare apertamente citato in un paio di sequenze come quella in chiesa, ma chi lo sa) e Il Castello di Svezia: i movimenti di macchina improvvisi ed invadenti, che spezzano il decor dell’estetismo da camera con riferimento pittorico sempre telefonato, sembrano provenire in effetti piu’ da un altro Renoir, quel Claude che dei film di Vadim era il fedele e birichinamente lezioso direttore della fotografia.

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L’idea piu’ interessante Jacquot ce l’ha quando decide di piazzare in questa ricostruzione d’inizio 900 borghese in villa di campagna francese un segno apertamente anacronistico e modernissimo com’e’ Léa Seydoux, volto e corpo di puntuale singolarità, visitatrice piombata da un’epoca del tutto non appartenente al tempo della vicenda.
Seydoux acutamente accentua nei movimenti e nei modi (di camminare, di parlare, di guardare) una sfrontatezza contemporanea che raddoppia la traiettoria del suo personaggio all’interno della compassata facciata dell’oziosa quotidianita’ dei coniugi Lanlaire e della loro servitu’, destinata ad essere sovvertita irrevocabilmente dall’arrivo dell’intruso alieno, ovvero questa cameriera sexy dagli occhi chiari.

Per il resto, il regista sembra voler continuamente sporcare la messinscena delle tensioni erotiche tra i personaggi con una serie smozzicata di rivoli narrativi giusto accennati (lo stupro-omicidio nel bosco, la campagna antisemita del giardiniere Joseph) e di inserti sedimentati dalle altre vicissitudini esistenziali-sentimentali-sessuali della nostra inquieta e turbolenta Célestine, ricordati o forse solo immaginati.
E’ probabile che alla fine dei conti gli siano riusciti meglio questi frammenti boccacceschi (l’imbarazzante “gioiello segreto” dalle forme inequivocabili nella valigia della ricca signora al momento dell’ispezione alla dogana, la sezione con il giovane malato iniziato alle gioie letali dell’amore carnale…) piu’ che l’intero impianto che regge il film, lasciato un po’ a spegnersi progressivamente e senza troppa convinzione.

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E’ chiaro allora come i rantoli della voce roca e profonda di Vincent Lindon viaggino palesemente ad un’altra lunghezza d’onda, per cui all’attore, sempre portentoso e qui memorabile gia’ nell’istante di entrare in scena ad aspettare Célestine alla stazione, bastano un paio di tocchi per disegnare la figura di questo silenzioso e nerboruto contadino della tenuta, Joseph, uomo ombroso e appesantito dai troppi anni di segreti e menzogne. Sorta di ombra al lato sempre pronta a scattare per l’intero film, sembra l’unico personaggio reale in una galleria antichizzata, senza neanche il bisogno, per spiccare in opposizione alla confezione, di sibilare offese e insulti a mezza bocca come invece Célestine/Seydoux ripete in un espediente reiterato di fuoriuscita letteraria/teatrale, che alla fine condanna paradossalmente il film di Jacquot alla dimensione di un unico, soprammobiliare “a parte”.

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