#Berlinale68 – Damsel, di David e Nathan Zellner

Un giovane pioniere cavalca verso l’orizzonte con al seguito una chitarra, un pony, un anello di fidanzamento e un predicatore. Il suo nome è Samuel Alabaster e la sua missione è salvare la sua amata Penelope dall’uomo che la tiene prigioniera, chiederla in sposa e vivere felice e contento al suo fianco per il resto della vita. Nulla di più semplice. I personaggi archetipici del western ci sono tutti e la natura selvaggia americana è la degna scenografia di una storia che sembra già scritta. Di tanto in tanto si fa sentire anche la presenza degli indiani che, come da copione, ostacolano il protagonista nella sua missione. Peccato che l’obiettivo dei fratelli Zellner non sia ricalcare le regole del western classico, ma sovvertirle completamente.


damsel-mia-wasikowska-1Partendo da questo presupposto, la struttura base del western si riduce a una sottile impalcatura su cui i registi costruiscono una commedia demenziale, in cui gli eroi agiscono da stolti e alle damigelle in pericolo non resta che liberarsi da sole, imbracciare il fucile e riscrivere la propria storia. Prospettiva allettante e quanto mai ambiziosa per i fratelli Zellner, che si propongono di distruggere l’archetipo della donna ridotta a oggetto del desiderio della controparte maschile per far nascere dalle sue ceneri un’eroina forte e anticonformista, perfettamente iscritta nella contemporaneità.
damsel-robert-pattinson-1Ma se questa idea appare vincente sulla carta, sulla scena lo è molto meno. Il film infatti si riduce a una blanda parodia del western, che punta più all’immediatezza della comicità slapstick più bassa che a una ragionata ironia e semplifica la decostruzione del genere nella sua più banale distruzione. Arrancando faticosamente tra i generi infatti, il film dei fratelli Zellner non riesce a trovare il proprio codice narrativo in nessuno di questi, nel momento in cui sorpassa il western, sfiora la commedia e di tanto in tanto cade gratuitamente nello splatter. Come se non bastasse, la struttura bipartita della pellicola, che all’inizio imbocca la strada già battuta del western per poi deviare a metà film verso sentieri inesplorati, più che creare un plot-twist vincente finisce col disorientare lo spettatore, che all’improvviso perde tutti i suoi punti di riferimento e si ritrova da solo a fronteggiare la natura selvaggia e, quel che è peggio, tutti gli assurdi personaggi che animano questa bizzarra avventura.