BERLINO 64 – Is the Man Who Is Tall Happy?, di Michel Gondry (Panorama)

is the man who is tall happy?La schiuma dei segni che occupa la trasparenza dei fogli di acetato, didascalia lievissima che occupa per intero la conversazione a due tra un regista che nasce al cinema per inventare mondi e un filosofo che nasce al pensiero per legare il mondo alle parole. La definizione lo vorrebbe un documentario animato, ma Is the Man Who Is Tall Happy? è uno dei tanti straordinari oggetti filmati che Michel Gondry forgia nel suo personalissimo linguaggio. Di fronte a lui c'è Noam Chomsky, che risponde all'inglese francofono del regista con la sostanza del suo pensiero, mentre Gondry interloquisce col suo film, forgiandolo coi suoi schizzi animati. E non c'è nulla di strano se un artista come Gondry finisce per incontrare un filosofo come Chomsky: da una parte c'è uno che di film in film sta costruendo il suo rapporto col mondo transitando tra l’Io e il Noi delle relazioni, disegnandole come astrazioni di segni, sogni, sentimenti; dall'altra c'è un pensatore per il quale le frasi con cui comunichiamo sono astratte, delle costruzioni mentali, asserendo che solo le singole parole stanno nel mondo.

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Is the Man Who Is Tall Happy?Che poi Gondry insista col filmare l’incontro con la sua vecchia Bolex 16mm e lo distenda sul piano di ripresa dei fogli lucidi di acetato per trasformarlo in un documentario animato, non è che il modo per portare nel suo mondo notoriamente ludico e mentale il mondo logico e sostanziale delle parole di Chomsky, chiudendo idealmente nella stanza l’uomo alto del suo celebre esempio: “Is The Man Who Is Tall Happy?”. La domanda verte sulla felicità, del resto, e sappiamo bene quanto sia basilare nel mondo di Gondry questo elemento così volatile, questa frazione di emozione in transito tra la realtà dei fatti e la coscienza della mente. Ché poi il dialogo a due si insinua sempre più nella sostanza della vita, parlando di paure (la morte, di nuovo lei nel cinema di Gondry…), di ricordi d'infanzia, di affetti… Nobili cedimenti di disponibilità del filosofo e capacità del filmmaker di aggrapparsi alla base del filmare per dare corpo al solito cuore del suo cinema. Che è sempre e comunque una questione di relazioni, di adattamenti fragili e impossibili tra ciò che abbiamo dentro e ciò che incontriamo fuori. Infondo il protagonista è lui, Gondry, fragile nella sua perenne preoccupazione di parlare una lingua – l'inglese – che non gli appartiene del tutto e nella cui pronuncia inciampa volutamente: ci scherza da sempre con questa insicurezza, Gondry, esponendola con l'orgoglio di una ferita procurata sul campo della vita…

Questione di parole, di comunicazione, ovvero di relazione, di rapporto tra l'Io e il Noi esposto a una sorta di dislessia dell'esistere… Sul tavolo di lavoro con Chomsky, Gondry dispone le parole in disordine creativo, attente al tratto che le trasforma in disegni, mentre la voce le compone in pensieri. Dire il mondo è conoscerlo: l'arte del sogno, la natura umana, la mente immacolata, ripulita, svuotata, l'indicibile segreto che corona di spine il cuore, l'Io e il Noi, la schiuma dei giorni… Pochi come Gondry fanno oggi un cinema così sincero e profondamente in cerca del mondo! E’ da una vita che uno come Michel Gondry lavora sulla difficoltà delle relazioni, sulla necessità di mettere in contatto il proprio mondo interiore, la propria natura, con il mondo esterno. In una parola sulla comunicazione. Nulla di stupefacente, dunque, se ora s’inventa questo (a lungo desiderato) documentario animato trovandolo tra le parole di un’intervista a Noam Chomsky, il padre della linguistica moderna: Is the Man Who Is Tall Happy? al culmine della sua carriera, mentre sta scomponendo meravigliosamente il suo cinema in tutto il cinema possibile, tra io & noi incapsulati in scuolabus da laboratorio, supereroi hollywoodiani in cerca di personalità.