BFM41 – Incontro con Jerzy Stuhr

All’ultimo grande ospite del Bergamo Film Meeting il Festival ha dedicato una retrospettiva. Ecco il nostro incontro in cui racconta l’esperienza recente ne Il sol dell’avvenire di Nanni Moretti

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È Jerzy Stuhr l’ultimo grande ospite del 41° Bergamo Film Meeting; il versatile attore e regista polacco cui il Festival ha dedicato una speciale retrospettiva. Un’occasione per ripercorrere alcune delle tappe fondamentali di un artista polivalente, abile tanto sul grande schermo quanto sotto le luci della ribalta.

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Ed è proprio lungo un sentiero di confronto tra settima arte e rappresentazione scenica che l’incontro muove i suoi primi passi: Nella mia vita di attore teatrale e di cinema sono sempre stato convinto che c’è una grande differenza tra i due mondi, racconta Stuhr, sono due mestieri completamente diversi; ovviamente c’è qualcosa che li accomuna, ma nel teatro tu crei un altro personaggio scritto da un autore, che sia Shakespeare o Molière; al cinema devi essere, solo essere. Questa è la grande differenza.
Il teatro, prosegue, richiede inoltre un grande sforzo, anche fisico, ed è quasi un tormento. Il cinema invece è talvolta noioso, perché devi aspettare ore e ore e poi stare concentrato per il momento molto breve del ciak; ed è difficilissimo attendere così a lungo per essere artisti per cinquanta secondi.
E dal punto di vista delle aspettative e “richieste” estetiche, non ha dubbi: nel cinema poi è fondamentale essere fotogenici; soprattutto per quanto riguarda gli occhi. Quando insegnavo ai miei studenti spesso dicevo loro di guardare gli occhi degli attori, perché la fotogenia si trova prima di tutto negli occhi, che sono il principale mezzo di espressione di un attore.
Quella di Jerzy Stuhr è una carriera lunga e particolarmente ricca, iniziata negli anni ’70 e attiva ancora oggi; una carriera che, prima di condurlo dietro la macchina da presa (Storie d’amore, 1997; Sette giorni nella vita di un uomo, 1999), lo ha sovente osservato interpretare personaggi comprimari, umili, comuni; ruoli, racconta l’attore, nei quali cercavo di scoprire qualcosa della mancanza, dei difetti tipici dell’essere umano. Io non mi sento una star, io faccio un mestiere e quello che mi interessa è raccontare l’anima dell’uomo, raccontarne l’esistenza, scoprire, cercare. Io ho studiato filologia polacca in università e questo animo filologico è rimasto vivo anche nel mio essere attore.
Una volontà di scavo nell’animo umano rimasta luce guida dell’intero percorso recitativo dell’interprete polacco; evidente, ad esempio, anche nel personaggio del clochard nel film di Umberto Spinazzola Non morirò di fame, uscito lo scorso febbraio: c’erano due cose che mi affascinavano in questo personaggio: la sua vita libera da tutto, e il suo essere rassegnato, preoccupato solo del cibo; una grande speranza si celava per me in questo ruolo, perché al suo interno ero liberato da tutto, dal dover fare la barba o dal preoccuparmi dei vestiti. In centro a Torino dei camerieri mi hanno anche cacciato da un bar, è stato bellissimo. Questa idea del dover trovare il cibo era per me affascinante, sopratutto perché nella mia vita io ne ho visto sprecare molto. Sicuramente non è stato facile lavorare di notte a Torino , ma sono stato contento di questa avventura italiana.
Ma il nome di Jerzy Stuhr è legato indissolubilmente anche a quello di grandi cineasti. Parliamo di Andrzej Wajda, Krzysztof Zanussi e, naturalmente di Krzysztof Kieślowski: Siamo cresciuti quasi insieme io e Kieślowski. Il suo primo film di finzione si chiamava La cicatrice ed è stato anche il mio primo film con lui. Prima faceva il regista di documentari; abbiamo scoperto il mondo cinematografico quasi insieme. Lui per me non era un regista, era soprattutto uno sceneggiatore e scrivere ci piaceva moltissimo. Kieślowski era più che altro uno psicologo; mi chiedeva sempre cosa pensassi di una scena, e io raccontavo, inventato dialoghi, improvvisavo. Sul set erano spesso gli operatori a scegliere dove mettere la cinepresa, lui si interessava ad altro.
Parole al miele che, con fare un po’ più brusco e divertito, l’attore dedica anche a Nanni Moretti, autore del progetto Il sol dell’avvenire, prossimamente in sala: non è un regista facile. Quando io lavoro da solo davanti alla cinepresa vado bene, quando sono con lui è più difficile. Io sono abituato a ripetere 4 o 5 volte, il mio amico Nanni invece vuole avere 35 ciak. Per lui è importante e io vedo che in ogni ciak in cui lui recita migliora ogni volta, ma io non sono abituato. Ho dovuto interpretare una scena in chi mi sono sentito stanco come mai nella vita. C’è un momento nel film in cui dovevamo andare dai fori imperiali a Roma fino a Vittorio Emanuele; quasi 2 km con tantissime comparse. Io ero davvero esausto, racconta ridendo, ma gli assistenti continuavano a richiamarmi per dirmi che Nanni mi voleva più allegro.
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