Blog GUERRE DI RETE – OpenAI, elezioni USA e censura turca

Il ruolo politico di OpenAI, la censura turca di VPN, le nuove regole europee sul riconoscimento facciale e molto altro nella nuova puntata della cybernewsletter di Carola Frediani

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Guerre di Rete – una newsletter di notizie cyber
di Carola Frediani
N.177 – 20 gennaio 2024

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ELEZIONI E AI
OpenAI corre ai ripari in vista dell’anno delle elezioni
A questo proposito, ovvero sul tema dell’identificazione di contenuti generati da AI, si muove anche OpenAI, in vista delle elezioni che avverranno nel 2024 in vari Paesi. L’organizzazione ha infatti annunciato che all’inizio di quest’anno implementerà un sistema per aumentare la trasparenza sull’origine e storia delle immagini generate da DALL-E 3, abbracciando una tecnica che codifica i dettagli sulla provenienza dei contenuti attraverso la crittografia (si tratta delle credenziali digitali della Coalition for Content Provenance and Authenticity – C2PA). E di stare testando anche un altro un sistema di identificazione della provenienza (provenance classifier) di immagini per individuare quelle generate da DALL-E.

Inoltre ha fatto sapere che non consentirà alle persone di usare i suoi strumenti per creare applicazioni per campagne politiche e lobbying. E nemmeno di creare chatbot che fingano di essere persone reali (ad esempio, candidati) o istituzioni (come le amministrazioni locali).
E che non permetterà applicazioni che dissuadano le persone dal partecipare ai processi democratici, distorcendo la rappresentazione dei meccanismi elettorali (ad esempio, quando, dove o chi ha diritto di voto) o scoraggiando il voto stesso.
Vedi anche The WashPost.

MERCATO
Cosa vuole ottenere il GPT store di OpenAI
Intanto OpenAI ha lanciato il suo nuovo GPT Store, che consentirà agli utenti business e ChatGPT Plus (la versione a pagamento) di condividere e interagire con agenti AI personalizzati (chiamati GPT), pensati per dei compiti specifici.
Perché questo lancio? Secondo il professore David Karpf su The Atlantic, “il problema per OpenAI è che la maggior parte dei 100 milioni di utenti settimanali di ChatGPT si affidano alla versione gratuita”, con costi vertiginosi per mantenere ChatGPT, a detta del CEO Sam Altman. “A breve termine, più sviluppatori esterni OpenAI sarà in grado di attirare, con più GPT personalizzati per offrire [un po’ di tutto] (…), maggiore sarà la possibilità che gli utenti gratuiti scelgano di iscriversi al servizio a pagamento”.

Sulla stessa linea il commento di Ben Dickson (TechTalks) secondo il quale OpenAI deve vedersela con la crescita dei modelli open-source, che stanno rapidamente guadagnando terreno in qualità, oltre a essere più flessibili e veloci da addestrare. Di qui la necessità di provare a ricostruire un vantaggio infrastrutturale di qualche tipo, ad esempio creando un effetto di rete attorno a ChatGPT. E qui entra in scena il GPT Store.
“L’idea di base è che, con una massa critica sufficiente, gli utenti rimarranno fedeli a ChatGPT e altri utenti si iscriveranno al piano ChatGPT Plus per accedere al GPT Store”, scrive l’autore. Allo stesso modo gli sviluppatori saranno attratti dalla piattaforma, dove i loro assistenti saranno esposti a un maggior numero di utenti.
Intanto il GPT Store contiene già diversi chatbot nelle vesti di “fidanzata AI”, rileva Quartz. Ma questo genere di bot sarebbero contrari alla policy di utilizzo (usage policy) di OpenAI.

AI ACT
Riconoscimento facciale meno controllato nella legge europea?

Dopo il trilogo politico di dicembre, che ha portato a un accordo, l’AI Act – il regolamento UE sull’intelligenza artificiale – è nella fase delicata del trilogo tecnico. Dove la messa a terra dei dettagli farà la differenza. Il testo finale ufficiale della legge non c’è ancora, ma una bozza è trapelata sulla testata POLITICO.
Secondo l’analisi (via newsletter) della Ong per i diritti digitali Access Now, tale bozza rivelerebbe ambigui margini di manovra e il rischio che alcune salvaguardie e protezioni dei diritti previsti dalla legge siano annacquati.
“Nella sua forma attuale, permetterebbe alla polizia di utilizzare il riconoscimento facciale per identificare i sospetti nei filmati esistenti senza l’approvazione di un giudice”, scrive l’Ong.

CENSURA
La Turchia ha bloccato diverse VPN
Secondo documenti visionati dal Financial Times, un mese fa l’Autorità turca per le tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni (Information Technologies and Communications Authority – BTK) ha intimato ai fornitori di servizi Internet di limitare l’accesso a 16 servizi di VPN, tra cui TunnelBear, Surfshark e CyberGhost.
Nel mentre, X dichiarava di aver “preso provvedimenti” contro 15 post a seguito di un’ordinanza del tribunale, e che avrebbe rischiato un ban in Turchia se non avesse rispettato l’ordine.
Il Financial Times di fatto corrobora quanto già riportato settimane prima da DW, che tra le VPN bloccate citava anche Proton, Ipvanish e Cyberghost.
Qui una lista delle 16 VPN.


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