Blog GUERRE DI RETE – Trump e il grande deplatforming

Il racconto di come il presidente degli Stati Uniti sia stato bannato dai social media dopo l’assalto a Capitol Hill. Il nuovo appuntamento con la newsletter di notizie cyber di Carola Frediani.

Guerre di Rete – una newsletter di notizie cyber
a cura di Carola Frediani
N.92 – 17 gennaio 2021

L’alba del grande deplatforming


In questi giorni, dopo l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio, abbiamo assistito al grande deplatforming, come l’ha chiamato il giornalista Casey Newton. Deplatforming o no platforming: nel suo significato più specifico, cacciare qualcuno da un social media o piattaforma digitale quando viola le regole, ad esempio quelle che proibiscono i discorsi d’odio/incitamento alla violenza. Il termine ha iniziato a circolare da qualche anno, e a emergere nel 2018, almeno sui media, in relazione ad Alex Jones, speaker radiofonico americano di estrema destra, e prolifico diffusore di diverse teorie del complotto attraverso il sito InfoWars. Per il dizionario Merriam-Webster, deplatform era una delle parole della settimana del 10 agosto 2018: “deplatform, un verbo così nuovo di zecca che le persone ancora non hanno avuto modo di esserne infastidite, ha visto un grande incremento questa settimana, dopo che ad Alex Jones di Infowars è stata ridotta la possibilità di postare su una serie di social media”.

Infatti nell’agosto 2018, Facebook, Apple, YouTube, Spotify lo bannarono dalle proprie piattaforme per violazione degli standard di comunità e incitamento alla violenza. Importante sottolineare che la motivazione dei social non era la diffusione di teorie cospiratorie o disinformazione, ma la promozione o l’incitamento all’odio, alla violenza, contro un gruppo o un individuo. O ancora la glorificazione della violenza, la disumanizzazione di gruppi, etnie, minoranze.
Una delle purghe di contenuti popolari più grandi da parte di giganti di internet, scriveva Vox. Che era vero e no. Vero col termine “popolari”, perché InfoWars negli Usa era nicchia che si stava espandendo, era “fringe”, periferia, che si incuneava nel mainstream, era una destra alternativa ed estrema (alt-right) che aveva ospitato il candidato presidenziale Trump, di cui Jones era sostenitore, al suo show (per altro Jones ancora qualche giorno fa si vantava di aver finanziato l’assalto a Capitol Hill). Ma prima di Jones c’era già stato un grande deplatforming, sebbene non chiamato in questo modo: la progressiva espulsione dai social degli account di propaganda o simpatizzanti dell’Isis. Insomma, il deplatforming era un dibattito aperto da anni, e le piattaforme per anni sono state criticate per non averlo fatto, o non averlo fatto abbastanza, da una larga parte dell’opinione pubblica, ma soprattutto da molti politici e governi.
La spinta a rimuovere contenuti d’odio (hate speech) era rinnovata nel 2019 dall’Unione europea, che incitava le piattaforme a fare di più e meglio. “La battaglia contro illegali discorsi d’odio online è ancora lunga dall’essere conclusa”, dichiarava Vera Jourova, commissaria alla giustizia. “Non vediamo segnali che tali contenuti siano diminuiti dalle piattaforme social”. Già dal 2016 l’Ue stabiliva un codice di condotta per fare pressione sui social media nel ridurre l’hate speech. Nel 2017 la Germania adottava una legge per multare le aziende tech che non rimuovessero post d’odio entro 24 ore (Dw). Queste richieste incontravano spesso la resistenza delle aziende tech ma anche di attivisti che temevano una progressiva riduzione della libertà di espressione o un eccessivo potere delle piattaforme. Del resto, la definizione di free speech e discorsi d’odio ha confini diversi a seconda del Paese (pensiamo le differenze tra Stati Uniti ed Europa, ad esempio), e la vaghezza della terminologia impiegata dai governi era un fattore di rischio aggiuntivo. Per salvaguardarsi, negli anni i social hanno continuamente rimesso mano alle proprie policy e standard di comunità, e hanno cercato di essere specifici (vedere il dettaglio della policy Facebook, quanto vada nello specifico e paradossalmente quanto dipenda comunque dal contesto). Ma da allora fino ad oggi piattaforme, media e politica hanno di fatto traccheggiato su questo tema, perché la verità è che resta scomodo, complesso e contraddittorio per tutti.
Facile fare deplatforming quando si tratta dell’Isis. O di un singolo commentatore. Più difficile farlo con quella che Foreign Affairs definiva a inizio 2020 “la crescente minaccia suprematista bianca” (a cui nel 2018 erano attribuite il 98 per cento delle morti legate a terrorismo negli Usa, secondo l’Anti-Defamation League – nel 2016 si attestavano sul 20 per cento). Ma negli Usa, negli ultimi mesi, l’emergenza percepita continuavano ad essere le “fake news” dei media, da un lato, e il rischio di influenze straniere, di troll e disinformazione esterna all’altro. Pochi volevano guardare cosa ribolliva dentro, in pancia.

E poi, c’è stato il 6 gennaio, Capitol Hill saccheggiata, i morti. Il 7 gennaio Casey Newton, giornalista che da anni segue con attenzione le piattaforme e la politica, scriveva sulla sua newsletter: “E’ tempo per Facebook, Twitter, e YouTube di rimuovere Trump”. La tesi del giornalista è che Trump aveva appena celebrato l’attacco su Twitter, e che certo quel messaggio da solo violava gli standard della piattaforma. Ma che non bastava più rimuovere un singolo post, altri ne sarebbero arrivati. E che il marcio era profondo. Dai gruppi Stop The Steal (fermate il furto delle elezioni) su Facebook e i loro sostenitori che incitavano a bruciare il Congresso, ai neonazi su Telegram che salutavano una seconda Guerra Civile, a chi ha fatto irruzione a Capitol Hill (terroristi, li chiama Newton) e faceva le live sui social, “è stato un coup che è stato programmato e reso possibile dai social media. La violenza non dovrebbe essere solo o nemmeno principalmente attribuita alle grandi piattaforme”, specifica il commentatore, perché c’è stato un ruolo importante giocato anche da social alternativi, popolati dalla destra estrema, come Parler. Ma le grandi piattaforme hanno giocato un ruolo, con incitamenti alla violenza in bella vista anche su Twitter, TikTok ecc. “Il deplatforming non è un passo da prendere alla leggera”, concludeva Newton. “Ma milioni di persone hanno subito un deplatforming per molto meno di Trump”.

Infatti, da lì a poco è partita la slavina. E attenzione, non si tratta solo delle grandi piattaforme. Twitter, Facebook, Instagram, Snapchat hanno sospeso o bannato temporaneamente o indefinitamente Trump – la più radicale Twitter che alla fine di una progressione di avvisi e ban parziali è arrivata per prima (stessa parabola l’ha avuta anche Snapchat) a un ban permanente dell’account @realDonaldTrump. A quel punto Trump si è messo a usare i profili della sua campagna @TeamTrump, e quello ufficiale presidenziale @Potus (con effetto particolarmente straniante perché dal profilo più ingessato a un tratto sono fuoriusciti i messaggi agitati di The Donald incluso anche un grottesco …. STAY TUNED!), finché Twitter non è intervenuta e ha cancellato i relativi tweet (come previsto dalla sua policy, riferisce TechCrunch, per cui un utente bannato non può aggirare il ban usando altri profili).

Ma, dicevamo, i social non sono stati i soli a prendere decisioni drastiche. La piattaforma di shopping Shopify bloccava i negozi online della campagna e dell’organizzazione di Trump. Il processore di pagamenti online Stripe bloccava le transazioni per il sito della campagna del presidente. Il forum/community Reddit bannava il subreddit (la sezione) dedicato a DonaldTrump. La piattaforma di messaggistica Discord rimuoveva il server connesso al gruppo pro-Trump TheDonald.win, quella di livestreaming Twitch sospendeva l’account del presidente. Pure TikTok ha messo al bando i suoi video e i discorsi precedenti all’assalto a Capitol Hill. (…)

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