Blog NET NEUTRALITY – La profezia di Jia

Uno dei più grandi registi viventi in circolazione, Jia Zhangke, si è unito ad altri sei registi, provenienti da tutto il mondo, per un progetto di cortometraggi commissionato dal Festival Internazionale del Cinema di Salonicco. Il progetto si chiama Spaces #2 (visibile in streaming). È il secondo della serie, dopo Spaces #1 che comprendeva otto film di registi greci. Per Spaces #2, i registi hanno preso ispirazione dai temi che circondano Covid-19 e dal libro Espèces d’espaces (Specie di spazi) dello scrittore francese Georges Perec, proprio lui, esponente di spicco del movimento letterario “OuLiPo”, basato sul concetto di limitazione formale, tipo evitare in un intero romanzo l’uso della lettera “e”… Visit si concentra sulle stranezze e sui suoni associati all’interazione umana durante Covid-19. Jia Zhangke stesso è uno dei due personaggi principali nel corto, insieme a un visitatore senza nome. Costui bussa a una porta e si vedono corvi sullo sfondo. La porta si apre e la musica si blocca, si sente un rumore che sembra evocare il caricatore di una pistola, ma in realtà è semplicemente un termometro puntato alla testa dell’”intruso” in mascherina, prima che possa avere il permesso di entrare in casa… in poco più di quattro minuti, si resta sospesi e in attesa di una via di fuga, magari una fuga in technicolor, agognando folle ondulanti, come ideologiche, pardon, ideali sardine in piazza. Cosa puoi offrire all’ospite, che ha l’aria di essere un collaboratore artistico del regista? Alcol… disinfettante. Metallo, niente contatti, help yourself.

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Cosa inventarsi per raccontare questo “Unusual time”? Tutte trovate meravigliosamente scontate, proprio come quelle di Jia Zhangke, che ha inscenato una probabile visita sociale, prima che tutto questo sia finito, prima che la distanza creativa, oltre che fisica, si stabilizzi e suggerisca l’approccio, segni la strada, deformi la realtà. D’altronde, d’improvviso, un’improvvisata è un po’ come ammettere ancora una volta che costrizione e libertà sono indissolubili in tutte le forme d’espressione artistiche e non. Non è il gioco distruttivo del presente a dominare, ma il gioco esemplare dei vincoli e delle libertà profetizzato in quest’appartamento a seguire una partitura free jazz, proprio quando sulla east cost americana l’improvvisazione della vecchia guardia è lentamente spazzata via, perché il nemico, invisibile e impalpabile, non ha pietà di giganti del passato, magari privi di assicurazione sanitaria o di cure mediche adeguate, soprattutto se la musica a cui sei votato non ti fa decisamente ricco, vedi Wallace Roney, Lee Konitz, Ellis Marsalis, Henry Grimes, Giuseppi Logan. Come il “game”, cioè il codice, le strategie, le regole del linguaggio sonoro, si trasforma in “play”, nell’esecuzione inventiva che reinventa scenari originali, ancora non patrimonio o archivio. Jia Zhangke, nei pochi metri quadrati a disposizione resuscita la natura morta, riesce a trovar vita anche tra le macerie e la polvere dell’esistenza, tenendo il suo cinema e i suoi corpi sempre in tensione perché pronti ad esprimere la passione del movimento. Diverge e converge il suo sguardo, ripassando sulle vibrazione, facendo rivivere impronte impresse, ma attraversando la fiction e sconfinando nella realtà. Non è cinema parallelo al dramma in cui viviamo, ma cinema di preparazione e azione, dove i mondi si muovono nello stesso spazio. È lo spazio desiderato, angusto, agognato che senti di cercare, per una terra che sembra saper far scivolare addosso le ingiustizie. Zhangke si muove tra suono, movimento e silenzio, sincretica riproduzione dell’esistenza, ponendo i nostri occhi al posto delle orecchie e i nostri corpi più vulnerabili, smaniosi di una via di fuga. Il movimento continuo ci salverà, anche se il mondo sembra volersi autodistruggere. Tra le altezze dello spirito e gli abissi della bestialità, Jia Zhangke scopre il suo angolo visuale, alchimia di stupore, magia e desiderio. Innanzitutto, caro visitatore, devi credere, l’uso della mascherina pone qualche problema: impedisce di leggere il labiale. Ci vorrebbero mascherine trasparenti intorno alla bocca. Come mai nel caso dei volti coperti da una mascherina permane un senso di vaga inquietudine, come se al proseguire percettivo del volto dietro la stoffa mancasse comunque qualcosa di essenziale? O addirittura, come se la mascherina, coprendo mezza faccia, ci mostrasse paradossalmente indifesi, vulnerabili, nudi. In occidente sarà soltanto questione di tempo, e trovare la dovuta distanza dal mezzo del guado.

Walter Benjamin avrebbe colto un paesaggio di rovine senza le rovine, fatto invece di trasparenze, schermi, parziali panorami, spazi perfettamente conservati, come se il Covid-19 fosse una bomba al neutrino, che crea desolazione umana e lascia intatta le sue strutture. Confinati a casa si scopre il Dio delle piccole cose, ma l’ascesi, il ritiro dal mondo, per la verità, funziona solo quando è una libera scelta, solo quando magari è un movimento contrario alla massa, altrimenti resta un andirivieni di sentimenti opposti: inquietudine e rassegnazione, insofferenza e adattamento. Siamo spasmodicamente in attesa del primo film che racconterà tutto questo, scommettiamo su quello che vorremmo vedere dopo la tempesta, al momento Jia Zhangke potrebbe essere la visione zero, che rievoca, senza assomigliarci, il futuro disturbante di J.G. Ballard in “Riunione di famiglia” del 1977 (The Intensive Care Unit). Si parla attraverso gli schermi, il distanziamento sociale è la norma, tutti vivono isolati. Ecco, appunto, rievocare potrebbe essere una nuova chiave, rievocare anche semplicemente un attimo perduto, nella nebbia di nitrato d’argento, prendendo un po’ di tè, prima di essere assaliti da una folla scalpitante, in lotta per salire sul primo treno in arrivo alla stazione, fantomatico controcampo, solo probabilmente auspicato dai pionieri. Ancora una volta, primitivi di una nuova era, in cui il contagio sparisce ma resta la perenne diffusione della sua idea, deportati in un nuovo viaggio, in un mondo con nuove regole e sempre meno sicuro. Com’eravamo quando eravamo uomini?

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Il tempo che tu perdi è quello che guadagni perché sarai costretto a vivere più a lungo. 

Ancora per molti anni sarai chiamato a credere che il mondo si sia un po’ fermato solo per darti il modo di riprendere fiato / espulso dal tuo povero polmone di cotone, il mantice avvelenato che questa inaspettata primavera non sa più né proteggere né rompere neanche nella serra zuccherata del tuo appartamento di città. 

Lo so che soffri tanto per le camelie del Duemila e Venti in libertà nel giardino lontano.
Pazienza, amico di te stesso e di nessuno: le coglierai tutte nel Ventuno. (In versi cantabili, Emilio Isgrò)

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