Born in Flames, di Lizzie Borden

Su Mubi, uno dei film cardine del cinema femminista anni ’80. Provocatorio e incendiario come le sue protagoniste, donne che, negli USA divenuti socialisti, combattono per la loro emancipazione

Ogni nostra azione parte dall’immaginazione. Sedersi, prendere in mano una penna, calciare un pallone: per fare qualsiasi cosa il nostro cervello ha prima bisogno di immaginarsi nell’atto di farlo. Se però la nostra immaginazione è bloccata su certi schemi, ciò che possiamo fare risulta limitato. La provocazione non diventa così solamente un piacere, un divertimento, ma una vera e propria esigenza, la necessità di gettare una molotov sulle staccionate del nostro pensiero. E con Born in Flames, lungometraggio del 1983 diretto da Lizzie Borden e distribuito da Mubi, si sente chiaramente odore di benzina.

Born in Flames è considerato da molti uno dei pilastri del cinema femminista. Nonostante da dieci anni gli Stati Uniti siano divenuti una repubblica socialista, tutto sembra esser cambiato per rimanere uguale: su New York dominano ancora FBI e Torri Gemelle, reggia del potere mediatico a trazione fallica. Borden è estremamente acuta e avanguardista nel rappresentare il socialismo come un marchio, come una raccolta di segni vacui pronti a essere utilizzati anche dalle forze restauratrici. A lottare contro l’ingiustizia sociale e la figura di donna come angelo del focolare domestico che lo stato sostiene ci sono diversi gruppi di donne: la Women’s Army, che organizza ronde per difendere le donne nelle strade pericolose, un gruppo di giornaliste del quotidiano del partito (tra le quali una giovanissima Kathryn Bigelow) e le conduttrici di due radio dissidenti, Phoenix Radio e Radio Ragazza.

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Lo stile documentaristico inquieto e frammentario di Born in Flames riecheggia nella messa in scena e nel montaggio, che combina e scombina in continuazione le diverse linee narrative. La ragione di ciò la possiamo trovare nelle parole di Flo Kennedy, attivista tanto nella vita reale quanto nella finzione: “Tutti che chiedono l’unità, ma sarebbe meglio se nel Municipio entrasse un unico grande leone o 500 topi? Io dico che 500 topi farebbero molti più danni!”. Così, Born in Flames non si àncora a un solo personaggio, ma crea una coralità di voci diversissime, a volte anche dissonanti. La morte di una di loro per mano della polizia è il tragico evento che le lega tutte, senza però che diventino mai una massa. Tenendosi lontane da un’unione livellatrice asfissiante schiacciante le sopravvissute trovano il loro collante nella lotta, non rinunciando alle loro particolarità. Il primo passo per la rivoluzione, però, è proprio la messa a fuoco della propria essenza. “Devi fare chiarezza con te stessa prima di rivolgerti al gruppo” dice un’amica alla speaker di Radio Phoenix. Solo da una solidità individuale e particolare può partire un’azione universale abbastanza forte da rompere lo status quo.

È questa consapevolezza che disarma le illusorie misure assistenziali di uno stato che sta naufragando, disperato di fronte alla propria palese inadeguatezza. È lì che giace il messaggio più radicale, la provocazione regina di questo film incendiario: avrebbe mai potuto essere all’altezza? Potrà mai un uomo comprendere fino in fondo cosa voglia dire doversi conformare a dei modelli imposti, la frustrazione di dover combattere un pregiudizio di inferiorità, la paura che si cristallizza in uno sguardo veloce dietro le spalle quando si è in una strada isolata?

L’emancipazione femminile diventa, così, un trapasso di quel punto cieco che va a scoprire il germe di un movimento progressivo tutt’altro che esclusivo. Perché i semi attecchiscano, perché non vengano soffocati da una terra troppo dura c’è bisogno di cominciare da un’azione diretta e simbolica, una bomba che rompa le catene dell’immaginazione cosicché, finalmente, ci si possa pensare davvero liberi.

Disponibile su MUBI (gratis per 30 giorni accedendo da questo link)

Titolo originale: id.
Regia: Lizzie Borden
Interpreti: Pat Murphy, Honey, Adele Bartei, Jean Butterfield, Flo Kennedy, Kathryn Bigelow
Distribuzione: Mubi
Durata: 80′
Origine: USA, 1983

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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