Boys don't cry, di Kimberly Peirce

Regia: Kimberly Peirce
Sceneggiatura: Kimberly Peirce, Andy Bienen
Fotografia: Jim Denault
Montaggio: Lee Percy, Tracy Granger
Musica: Nathan Larsen
Scenografia: Michael Sha
Costumi: Victoria Farrell
Interpreti: Hilary Swank (Brandon Teena), Chloe Sevigny (Lana), Peter Sarsgaard (John), Brendan Sexton III (Tom), Alison Folland (Kate), Alicia Goranson (Candace), Matt McGrath (Lonny), Jeannetta Arnette (Madre di Lana)
Produzione: Killer Films/Hart-Sharp Entertainment
Distribuzione: Fox
Durata: 114'
Origine: Italia, 1999

Boys don't cry evita il sensazionalismo, la spettacolarizzazione, l'eccesso, supera il fatto di cronaca per mostrarci una vicenda umana delicata e profonda. Una ricerca d'identità contro tutte le convenzioni e le certezze sociali; la forza del coraggio per essere se stessi, l'ingenuità e la spavalderia di un desiderio d'amore.
Riscuote consensi internazionali ed è stato meritatamente riempito di premi: alla regia, all'interpretazione, al film. Per la censura americana è un film "restricted" – visibile, cioè, dai minori di 17 anni solo se accompagnati dai genitori -; per l'Italia è vietato ai minori di 18, e questo ne limiterà la visibilità cinematografica e i passaggi televisivi. La motivazione non è, come sarebbe stato logico, la forza dell'impatto emotivo, ma il contenuto argomentativo che, invece, meriterebbe la diffusione, ancor più se basato su una storia realmente e assurdamente accaduta, tra l'altro, solo qualche anno fa.
La sceneggiatura ben scritta – tesi di laurea della regista – concede a ogni personaggio una fisionomia e un'umanità propria, e lascia emergere la grettezza e l'ignoranza della provincia americana. Il disagio che Teena vive in un corpo femminile si esplicita insieme alla determinazione che caratterizza la sua lotta per essere ciò che vuole, la sua ricerca di autenticità, per somigliare, come avrebbe detto Almodovar, "all'idea che ha di se stessa". Teena Brandon non vuole essere donna; si sente uomo e così si mostrerà, verosimilmente, agli altri, nonostante il seno, le mestruazioni, la mancanza del pene, la riportino alla realtà che lei è incapace di accettare; non può definirsi lesbica, perché implicherebbe la condizione di donna, e preferirà descriversi come un ermafrodito, "metà uomo e metà donna", piuttosto che svelarsi per quella che è.
Teena si taglia i capelli, si presenta come Brandon, si veste da uomo e si comporta come gli altri ragazzi di Falls City; conquista la loro fiducia e l'amore delle ragazze. Trova tutto il coraggio per accettare i rischi che la sua scelta comporta: umiliazioni, bugie, insulti. Solo quando la verità viene a galla, esplode la brutalità provinciale e l'imprevedibilità la disarma. Allibisce e sciocca, la scena della violenza che Teena subisce da John e Tom; un'umiliazione che la denuda, mortifica, la sbatte contro la sua identità di donna, ma non la scoraggia. Intenerisce il rapporto che instaura con Lana, che finge di non sapere, di non capire – "Ho amato una donna creata da un uomo", diceva J. Irons in M.Butterfly di Cronenberg – e che, senza modelli né riferimenti, si abbandona a ciò che prova per Brandon ma esita davanti alla consapevolezza della sua reale identità. Brandon aveva messo in conto anche questo, e lo dimostra la lettera, piena di speranza e comprensione, che scrive a Lana – "(…) Prenderò l'autostrada tra non molto. Ti aspetterò" – e che questa leggerà troppo tardi, quando la grettezza distruttiva di Falls City è già esplosa in azioni irrecuperabili.
Tra delicatezza e devastazione, l'autenticità dei personaggi e la maestria di chi li ha interpretati, rappresentano il punto di forza di una storia che avrebbe potuto scadere in un freddo resoconto documentaristico ma che, invece, si impregna di umanità.

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