Breeder, di Jens Dahl

Convince a metà e poi si perde e tende a spettacolarizzare la vendetta e si chiude in un finale un po’ ridicolo. In Le stanze di Rol al #TFF38

«Io credo di sapere cosa è bene per loro, ma potrei anche essere la loro carceriera». Mia alleva cavalli e con questi animali riesce spesso a creare un rapporto simbiotico, per questo non ama vederli in gabbia. Gabbia come quella in cui si ritrova dopo aver scoperto cosa si nasconde dietro l’azienda per cui lavora il marito Thomas. Resurrecta propone un trattamento, rivoluzionario quanto misterioso, in grado di rallentare notevolmente l’invecchiamento delle cellule e perciò di arrestare l’età apparente delle persone. La prova sperimentata di questo risultato è la stessa dottoressa Isabel Ruben, fondatrice e presidente. Ai suoi ordini due uomini chiamati Il Cane e Il Maiale, due criminali psicopatici pronti a tutto. Mia dovrà far fronte a molte difficoltà, ma partirà da un atto semplice: ridare un nome alle compagne di prigionia marchiate con un numero e schiacciate da soprusi perché cedano le loro ovaie contro volontà. 27Q torna a essere Julie, 14K sarà di nuovo Elly, e solamente la ragazza che non parla esprimerà sé stessa come pura rabbia.

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La sezione “Le stanze di Rol” ospita il danese Breeder di Jens Dahl, classe 1961, sceneggiatore del Pusher di Nicholas Winding Refn; Medical Thriller, Torture, Womens’ Prison e infine Revenge Movie. Il film è tutti questi generi, fusi insieme e radicalizzati. C’è persino una valenza narrativa per il sadomaso. Infatti, Mia non disdegna di soddisfare le perversioni di Thomas in questo senso. Il dolore la eccita, e pure tanto. Ma il capriccio adolescenziale dell’emozione a ogni costo è destinato a sfumare di fronte alla realtà della violenza razionalizzata. Ruben è intenzionata a vendere ciò che lei e le altre hanno di più prezioso. Una donna che smercia la femminilità di altre donne in un sistema talmente alienante da non lasciare spazio nemmeno alla lotta per la parità. Il denaro è il diavolo e quando si firma non esiste nulla di più importante di quel contratto. Non c’è giustizia né solidarietà. Tranne tra chi soffre. Mia e le compagne (citando il capolavoro di Pietrangeli) dovranno cavarsela da sole.

Breeder convince almeno fino a questa presa di coscienza, dopo la quale però tende a spettacolarizzare la vendetta, a rendere forse pornografica (pare anch’essa una fantasia maschile) la reazione altrettanto spietata delle vittime, ritualizzata in un finale un po’ ridicolo.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (1 voto)
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