CANNES 66 – “Ilo Ilo”, di Anthony Chen (Quinzaine des Realisateurs)

ilo ilo
Senza dubbio, tra i film più sorprendenti visti nella parte iniziale del Festival. Opera prima (e prima mondiale) di Singapore. Storia di una famiglia e la sua domestica fillippina, durante la grande crisi finanziaria asiatica del 1997. Una delicata “Simple Life”, capace di trovare il senso della narrazione per immagini, tra angoli visivi contrapposti e stratificati, linee di sguardo trasversali e complementari

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ilo iloSenza dubbio, tra i film più sorprendenti visti nella parte iniziale del Festival. Opera prima (e prima mondiale) di Singapore. Si racconta la relazione tra una famiglia e la loro domestica, Teresa, faticosamente giunta dalle Filippine e qui, come molte delle sue compatriote, aspira ad una vita migliore. Ha lasciato nel suo Paese di origine un bambino di un anno e tanti problemi economici che spera di poter risovere, grazie a questo impiego. Progressivamente il rapporto si complica, anche per le tensioni gia’ esistenti tra il bambino e i genitori. In più, tra Teresa e l’indomabile ragazzino Jiale (una vera peste, con l’ossessione del gioco del lotto), del quale si ocupa tutto il giorno, nasce un forte legame. La loro complicita’ si rafforza sempre più, e Teresa diviene parte integrante della famiglia, fin quasi a sostituire la madre naturale, nei doveri educativi e formativi. Tale situazione non viene accettata ovviamente dalla madre autoritaria e stressata per l’arrivo di un altro bambino. Alla crisi familiare, si aggiunge anche quella finanziaria asiatica del 1997 e i genitori di Jiale dovranno prendere un’importante decisione…  
Il ventinovenne regista di Singapore, Anthony Chen, all’esordio nel lungometraggio, era gia’ stato a Cannes nel 2007, con il cortometraggio Ah Ma (Granma), ottenendo una Menzione Speciale e diventando quindi il primo autore del suo Paese premiato alla Croisette.

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C’e’ una scena magistralmente girata, verso la fine della storia, che, in un certo senso, sintetizza il talento visivo e narrativo. Procedendo verso l’aeroporto in taxi, il silenzio e la tristezza dominano l’atmosfera. Teresa sta per lasciare la famiglia, forse per sempre, e Jiale, sedutogli accanto, sul sedile posteriore, e’ voltato dall’altra parte, triste e arrabbiato. La madre di Jiale, seduta davanti, sente salire in lei il disagio del distacco. Giunti in aeroporto, nell’attimo in cui la domestica va per scendere, il ragazzino le taglia con destrezza una ciocca di capelli con delle forbici, e, contemporaneamente, la madre, aprendo lo sportello dall’altro lato, rifila uno schiaffo al figlio. Un attimo dopo, si vede la stessa madre di Jiale regalare in aeroporto un rossetto alla domestica, accusata in passato di toccare e manomettere in casa la sua roba. Ai ritmi minimalisti e íntimamente più profondi, il regista trova il senso della narrazione per immagini, attraverso un montaggio riuscito di campi e controcampi, angoli visivi contrapposti e stratificati, linee di sguardo trasversali e complementari. Davvero una bella sorpresa che avrebbe sicuramente meritato una sorta migliore: infatti il film e’ stato più volte interrotto per problemi tecnici, che facevano saltare i sottotitoli in inglese e francese.  Nonostante pero’ i gravi e continui contrattempi, al termine della proiezione, il pubblico si e’ alzato in piede, dedicando un lungo aplauso al cast e regista presenti in sala, chiaramente emozionati e con le lacrime agli occhi.           

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