CANNES 66 – “Omar”, di Hany Abu-Assad (Un Certain Regard)

OmarUn film sulla fiducia e sulla complessità delle relazioni umane. Un film sulla Palestina occupata, oggi. Un film sull’incertezza e l’inquietudine del vivere, del camminare sempre sui bordi. Bordi fisici: il muro costruito da Israele che divide e che il protagonista scavalca regolarmente; i muri dei cortili; i vicoli strettissimi nei quali infilarsi per sfuggire alle retate. E bordi interiori, meno visibili: quelli appunto che generano la fiducia e la rendono instabile, sempre sul punto di infrangersi, e infrangendosi.

Nato dalla confessione fatta al regista Hany Abu-Assad da un amico (avvicinato da un agente governativo israeliano perché diventasse un collaborazionista), Omar è il ritorno al lungometraggio del cineasta palestinese autore di Rana’s Wedding (2002), Ford Transit (2002) e Paradise Now (2005). Un’opera non sorprendente, ma solida, che si concentra sui volti, sulle emozioni trasmesse dagli sguardi di interpreti adeguati e quasi tutti esordienti (del cast principale solo Waleed Zuaiter conta esperienze professionali), aprendosi a due scene d’azione dal montaggio serrato (prima di Omar Abu-Assad ha diretto, nel 2012, l’action thriller The Courier con Mickey Rourke e Lili Taylor) e a un tocco quasi documentario nella scena, diversa anche nelle luci, del funerale di uno dei tre amici (evocante in sovrimpressione il funerale di un qualsiasi palestinese ucciso nel corso del tempo in Cisgiordania e a Gaza).

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OmarTre giovani amici sono i protagonisti di Omar. Oltre a quello che dà il titolo al film, ecco Tarek e Amjad. E Nadja, sorella di Tarek, che Omar vorrebbe sposare. La Cisgiordania, dove è stato possibile girare nei luoghi scelti senza restrizioni, è il set (anche di belle inquadrature di normalità urbana notturna) di questo film che mette in campo, anche con umorismo (e con i personaggi che si raccontano barzellette), una situazione poco raccontata del conflitto israelo-palestinese, quella del collaborazionismo dei palestinesi. Abu-Assad lo fa costruendo un incastro narrativo bem congegnato, sfiorando lo spionaggio, nel quale la complicità fra i tre amici d’infanzia, e la fiducia reciproca, si sfalda, fino alla morte o a decisioni che muteranno per sempre le loro identità, dal momento in cui vengono perseguitati, Omar in particolare, per l’omicidio di un militare.

Non si esce dal vicolo cieco in cui si sono tuffati Omar, Tarek, Amjad, e Nadja. Se Tarek muore, e Amjad e Nadja si sposano con un carico di menzogne non risolte, Omar va incontro a un destino inevitabile e simbolico. Nell’ultima inquadratura reagisce alla situazione nella quale è stato coinvolto e punta la pistola contro l’agente israeliano, attorniato da altri militari, e gli spara. Gesto necessario, accennato e interrotto dallo schermo nero. Omar, si immagina, non potrà sopravvivere alla reazione dei soldati. E la “questione palestinese” trova in quel fuori campo il segno politico esplosivo e sospeso del non risolto.

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