#Cannes2016 – Juste la fin du monde, di Xavier Dolan

In Concorso, dalla piece di Jean-Luc Lagarce. Nathalie Baye, Gaspard Ulliel, Marion Cotillard, Léa Seydoux, Vincent Cassel, impegnati in un confronto a fuoco che brucia anche le immagini di Dolan

Questo potrebbe essere il film piu’ cinefilo di Xavier Dolan, se non fosse che il giovane asso canadese si rivolge ad una generazione che di cinefilia non vuole sentir neanche parlare.
Parole come melodramma, film da camera, riferimenti come Sirk e Fassbinder via Almodovar, sono inutili ai fini di una riflessione che voglia davvero tentare di intuire qual e’ il linguaggio dell’unico vero autore di questo secolo.
E’ probabile che gia’ rivolgersi ad un universo in cui si parla ancora del concetto di film sia un errore, in un caso come questo. E allora di cosa parliamo quando parliamo di Xavier Dolan? Sono le definizioni stesse a mettere gia’ in crisi un immaginario come il nostro, ma la colpa sta chiaramente dalla nostra parte, va ammesso.

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Se dovessi pensare ad un genere (altro errore gravissimo), penserei ad un action: il nostro eroe irrompe nella fortezza dei cattivi, li affronta uno ad uno a duello, alla fine dopo un ultimo impressionante scontro a fuoco, che infiamma anche i colori delle immagini, lascia cadaveri sul campo, si infila il cappello e se ne va all’orizzonte mentre parte un pezzo di Moby, di quelli che hai sentito in mille film d’azione, appunto. Ma al pubblico di fedeli di Dolan, e alle coordinate della sua pratica artistica, interessa davvero un discorso simile?
La risposta e’ ovviamente No, e poi cosi si tornerebbe a quella vecchia provocazione per cui Gabriele Muccino sarebbe bravissimo a girare degli action a Hollywood (mettetevi l’anima in pace, Juste la fin du monde e’ un film mucciniano, per aggiungere altre definizioni senza senso).
Confesso di aver riguardato piu’ e piu’ volte la sequenza dello schermo che si “apre” su Wonderwall, in Mommy, mentre eravamo soliti mostrarla a gruppi di ragazzi 18-19enni in adorazione, per tentare di capire il mio scarto. Davanti a Juste la fin du monde ho sentito ancora una volta di essere fuori dai giochi, totalmente tagliato fuori da ognuna delle frasi utilizzate dai vari personaggi nel corso dei loro lunghi monologhi con il fratello/figlio “tornato dall’estero”: di cosa diavolo hanno parlato per un’ora e mezza, resta per me un mistero.
E rimane un mistero probabilmente anche per loro, il nostro ragazzo-meraviglia dietro la mdp e il suo adattamento 2.0 della piece di culto della letteratura sull’AIDS di Jean-Luc Lagarce, gli attori che hanno recitato quelle battute con un impegno di cui percepisci in ogni istante l’immensa fatica: per il semplice fatto che ancora una volta siamo noi che stiamo ponendo l’attenzione sull’aspetto sbagliato.

Juste la fin du monde e’ un film orribile, e non per colpa della decisione dolan_juste_la_fin_du_mondeconsapevole di affidare i momenti di sovraccarico emozionale a musica da luna park di villaggio estivo, ma e’ anche un’opera cruciale per capire una volta per tutte che questa forma orripilante di cinema salta agli occhi solo se continuiamo a fissarci e crucciarci appunto con le “forme del cinema” (che e’ come chiedersi se le canzoni alla base di Lemonade, operazione che da sola vale tutto il cinema di Dolan girato e futuro, siano effettivamente “buona musica”…).
Ma non funziona cosi, gli interminabili discorsi di confessione e chiarimento familiare che costituiscono l’ossatura del plot sono solo in realta’ una struttura ritmica di fondo a cui prestare un’attenzione distratta mentre ci si focalizza unicamente sul flusso di istanti, sensazioni, espressioni forzate su primi piani strettissimi di popstar francesi (chiamate qui per l’appunto piu’ e coerentemente per la loro gloria social che per quella dei set), immagini galleggianti accumulate sul solito jukebox eurodance, una concezione-spotify dell’atto creativo che procede per riproduzione casuale e puramente epidermica.
L’unica maniera per entrare in contatto con una concezione di narrazione e pensiero di cinema (cancella la parola cinema da tutto il pezzo!) simile si fa ancora chiara, ed e’ quella di concepire la latente potenza dell’attimo che dura giusto il tempo di bruciare in un lampo, come unica reale cellula di senso per lo spettatore e l’utente del 2016.
Una dimensione di presente continuo che trasforma la narrazione in una ricerca senza posa dell’artificio che possa far brillare ogni-singolo-secondo che decidiamo di perdere concentrandoci su quello che hai da dire e da mostrare. Sii sempre performante e rilevante, per favore, non sprecare neanche un baleno della mia attenzione, fai di tutto per evitare la trappola di finire nel passato, perche’ non c’e’ tempo da perdere, e si e’ gia’ perso tutto il tempo del mondo, e noi siamo rimasti indietro.

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #8