#Cannes2018 – Zimna Wojna (Cold War), di Pawel Pawlikowski

Dal viaggio verso il passato di Ida – con cui Pawlikowski ha vinto l’Oscar come miglior film straniero nel 2015 – a quello verso il futuro di Cold War. Da quel film lo stile del cineasta polacco si è radicalmente modificato rispetto la fisicità di opere come My Summer of Love. Inquadrature fisse, bianco e nero. Il jazz elemento di rottura così come John Coltrane nel film precedente.

Lo sfondo è quello della Guerra Fredda. Nel corso degli anni, il musicista Wictor e la cantante Zula vivono un’appassionata quanto tormentata storia d’amore. Costruito su blocchi, su sensibili ellissi che disegnano un film geometricamente perfetto ma senza respiro per mostrare una passione dirompente ma che invece appare come trattenuta. Pawlikowski forse mette in gioco anche se stesso. Lo fa dichiaratamente già nella dedica sui titoli di coda ai genitori. Probabilmente bisogna andare oltre l’apparente impermeabilità. Dove la forma prevale sul contenuto. Dove i grigi della fotografia di Lukasz Szal (lo stesso di Ida, anche se nel film precedente era sotto la supervisione di Ryszard Lenczewski) sembrano modellati su quelli di Janusz Kaminski per Spielberg. Ma sembra esserci sempre il contrasto. Da una parte la spinta, la fuga, quella di Wictor. Dall’altra invece il quadro, la rappresentazione. Dove la parola è soprattutto formata dalle canzoni. La voce innanzitutto. Tutta la parte iniziale. Che sembra un elemento fondamentale da filmare. Come il doppiaggio del film italiano. Anche con i brani registrati che anticipano la prima, sorprendente audizione di Zula (interpretata da Joanna Kulig).

Dalla Polonia del 1949 al ritorno nel 1964. Passando per Varsavia nel 1951, Parigi nel 1954 e la Jugoslavia nel 1955. Dove i brani sembrano un altra, parallela, colonna sonora. Sullo sfondo si sente anche 24.000 baci di Celentano.

Cold War mantiene quasi sempre lo stesso tono. Ogni tanto si accende come avviene nella parte iniziale che appare più riuscita. Il suo cinema appare però impenetrabile. Ci sono delle ombre kafkiane. Dove Parigi diventa claustrofobica come in Le femme du cinquième. Attraversata più negli interni e nel locale Eclipse. Ma in cui vengono lasciati tutti i segni di una ricostruzione. Che formano quadri esemplari come quello del coro sullo sfondo dell’immagine di Stalin. In un film imploso, forse per segnare metaforicamente tutta la persistente oppressione. Che vorrebbe rompere le barriere che ha creato. Ma sembra esserci sempre un vetro. Eppure potrebbero esserci tracce ophulsiane. In scatti improvvisi, caotici, come Zula che su ubriaca e barcolla. Quasi una spinta. Come se non ce la facesse a reggersi su quell’equilibrio. Come a ricercare quella rabbia di My Summer of Love. Che in Cold War è presente: i segni sul corpo di Wictor, lo schiaffo. Dove la mutazione, il gesto, restano solo atti scenici.