Castelrotto, di Damiano Giacomelli

Un suggestivo apologo di vendetta caratterizza questo riuscito debutto alla regia valorizzato dalla prova di Giorgio Colangeli mentre resta un po’ in ombra Denise Tantucci. #TFF41 Fuori Concorso

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«Io, quando c’ho tempo, mi invento le storielle… e quelle buone me le scrivo». Così ha inizio il racconto di Ottone, maestro di paese in pensione e giornalista. Nella piccola località degli Appennini maceratesi in cui vive, tutti lo conoscono perché ha cresciuto e formato almeno due generazioni di abitanti. Ma è noto anche perché si è sempre occupato di cronaca locale, fra cui l’ondata di eroina che colpì la zona vent’anni prima. Nel frattempo scopriamo che la sua attenzione è concentrata sulla faida con una famiglia stabilitasi lì dalla Calabria, la quale in passato gli avrebbe rovinato la vita. Su questo punto i compagni di bevute al bar non sembrano seguirlo, minimizzando il suo dramma e acutizzandone la frustrazione e di conseguenza l’isolamento dalla comunità. Infatti, da quando moglie e figlia si sono spostate in città, Ottone abita solo in una grande casa nella piazza del paese, chiudendosi sempre più in sé stesso e mostrando una sordità selettiva. Un bel giorno la scomparsa di un venditore ambulante, concorrente dei calabresi, fa esplodere i già delicati equilibri.

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Castelrotto di Damiano Giacomelli prende le mosse da questi presupposti narrativi e tematici per costruire un suggestivo apologo di vendetta. Fra i meriti di questo riuscito esordio sicuramente un ispirato Giorgio Colangeli nei panni del protagonista dotato di una certa dose di masochismo tipico del ruolo. Chissà, forse una parte di lui si incolpa di non aver saputo aiutare la nipote che pare fosse caduta nel vortice della droga, di aver trascinato così a lungo il suo astio per persone che conosce appena, per non essersi mai posto troppi interrogativi. Un film sullo ieri che persiste, ambientato «in uno di quei documentari degli anni sessanta sulla provincia italiana» di cui parla la redattrice tirocinante Mina (Denise Tantucci, purtroppo non molto valorizzata…), ma che in realtà ci parla dell’oggi, di un mondo presente in cui le fake news costituiscono verità fino a prova contraria perché parlano alla pancia. In fondo, è con quella che ci esprimiamo davvero. «La cronaca mi ha stufato», afferma all’improvviso il maestro, forse perché i fatti non sono mai così chiari come si vorrebbe. Allora ecco che il film finisce col parlare di sé, della sua possibilità di fornirci degli strumenti per interpretare un reale ormai caotico e spaventoso nell’era dell’informazione digitale.

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
Sending
Il voto dei lettori
4.2 (5 voti)
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