CiakPolonia – Incontro con Andrzej Zulawski

Andrzej Zulawski
Giovedì 21 Novembre ha avuto luogo, presso il Cinema Trevi, l'incontro con il maestro del cinema polacco Andrzej ?u?awski, in occasione di una retrospettiva a lui dedicata all'interno del Festival del Cinema Polacco CiakPolonia. Hanno partecipato all'incontro anche Mariangela Sansone e Marina Fabbri

Andrzej ZulawskiAll’interno della prima edizione di CiakPolonia, Festival del Cinema Polacco, organizzata dall’Istituto Polacco di Roma, Roma Independent Film Festival e Centro Sperimentale di Cinematografia, ha avuto luogo l’incontro con il maestro Andrzej Zulawski in occasione di una retrospettiva a lui dedicata e della presentazione di C’era un frutteto, romanzo scritto dallo stesso regista recentemente tradotto e pubblicato in Italia dalla casa editrice Alpine Studio. Hanno preso parte all’incontro Mariangela Sansone, che sta realizzando una monografia sul regista polacco, e Marina Fabbri, traduttrice del libro. Sansone introduce il regista riassumendo in breve la sua filmografia e ricordando che all’attività cinematografica, Zulawski affianca quella di scrittore, avendo firmato ben ventisei romanzi, di cui solo due tradotti in Italia (al contrario della Francia dove sono tutti reperibili).

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Prende poi la parola Marina Fabbri: È stato difficile tradurre questo libro, perché le complicazioni della scrittura di Zulawski sono le stesse che potete vedere sullo schermo visionando i suoi film. In effetti, non penso vi sia distinzione fra la sua scrittura e la sua regia, così come non vi è distinzione nella sua persona fra lo scrittore e il regista. Da dove nasce l’idea per questo libro?

Cercando le location per Diabel mi è stato raccontato questo episodio realmente accaduto, avvenuto in un podere governato da un aristocratico e da suo figlio, unico ereditiero. Con la guerra arrivarono dall’est le persone che fuggivano dai sovietici, era tempo di guerra,  e il giovane figlio si innamorò di una di quelle ragazze. Ma il padrone del campo non approvò questa unione, voleva che il figlio si unisse con una donna della sua estrazione sociale e impedì l’unione. Il figlio divenne prete in un remoto paese polacco mentre la ragazza si ritirò in clausura. I due si incontrarono di nuovo in seguito, in una circostanza inaspettata che non vi racconto per non rovinarvi la lettura. Tutta questa storia è paradossale, così come è paradossale la storia di tutta la Polonia.

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Nel leggere questo romanzo si può essere colti da un senso di smarrimento, dato anche dal flusso del racconto, che come le immagini dei film di Zulawski, non è sempre immediatamente comprensibile. Spesso sembra di confondere o perdere i personaggi, ma non è importante capire nell’immediato chi faccia cosa, ma il cosa succede. C’è differenza fra ciò che ha scritto e ciò che ha filmato?

Non vi è divisione fra letteratura e cinema. Ci sono solo storie interessanti. Non è nemmeno importante il periodo in cui ciò che racconto ha avuto luogo, i film non si guardano con l’enciclopedia sotto il braccio: due giovani che si amano ma non possono coronare il loro sogno, è una storia eterna.

Isabelle Adjani in Possession

Nel libro si parla di una storia d’amore malata, elemento ricorrente anche nei suoi film. Sono storie complicate messe in scena anche con una certa violenza, ma l’amore è sempre il tema di fondo. Per lei c’è salvezza per l’uomo? L’amore è il mezzo di comunicazione tra i due sessi?

Non vi è risposta a questa domanda. Non la posso dare io come non la può dare nessuno. L’amore può esserci, la salvezza può durare cinque minuti, ma dopo? Come chiamare la vecchiaia? Come chiamare il resto della vita che trascorre?

Com’è la situazione attuale in Polonia?

È noioso parlare di un Paese che si avvicina sempre di più al fascismo, governato da idioti cattolici. È una cosa che mi suscita disperazione. La via di mezzo liberale riceve solo calci in culo da entrambe le parti, è un’immagine molto triste. Ci sono dei nodi che non possiamo sciogliere, la società mi appare straziata, come una vecchia tela tirata da un lato dai ricchi e dall’altro dai poveri. C’è chi pensa che durante il comunismo, quando tutto faceva schifo, si stava meglio, ma non è così. Ora la Polonia tende a destra, e il fascismo polacco ama i cattolici, sono due fazioni molto unite. Ah, ma stavamo parlando di film? So che in Italia il cinema non se la passa bene, ma voi dite che è un problema di soldi. In Polonia qual è il problema invece? È il ministro della cultura.

Sia nel romanzo che nel tuo film, penso a La terza parte della notte, vi sono scene forti derivate dalla ferocia della guerra, ricordi che ti accompagnano fin da bambino quando racconti che dal balcone di casa tua all’età di tre anni assistevi alle fucilazioni dei polacchi da parte dei nazisti: è un tuo tentativo di rendere il pubblico partecipe della tua esperienza con la guerra?

No, per me la guerra era reale, lo era ancor di più per i miei genitori. Ma ciò non è una buona ragione per imporla agli altri. L’ho vissuta personalmente, ma non mi occupo di grandi esperienze. Ciò che ho voluto raccontare in quel film non era l’esperienza della guerra, ma la piccola esperienza di mio padre, che essendo poeta, in tempo di guerra non ha potuto fare altro che sottoporsi al nutrimento dei pidocchi per trovare il vaccino contro il tifo. Io sono nato da tutto ciò, una piccola cosa che diventa una grande cosa.

La terza parte della notte

Lei ha definito i pidocchi come il mcguffin del film, raccontando questo episodio che ha dell’incredibile.

Non è incredibile, è successo davvero. Più di 25.000 giovani intellettuali si prestavano a produrre il vaccino applicandosi delle scatole contenenti numerosi pidocchi per nutrirli di sangue. Per questo servizio venivano ricompensati con le carte in regola che impedivano loro di essere arrestati o deportati, e così potevano far parte dell’opposizione senza essere perseguitati, anche se ciò avveniva comunque. Va anche detto che nonostante il vaccino, spesso contraevano il tifo e venivano colti da febbri violente e visioni allucinatorie. Tutta questa storia è incapsulata in quei pidocchi malati di tifo, che si coloravano di rosso come dei rubini e quest’immagine è già un buon motivo per fare un film, no?

Lei ha recitato sporadicamente in alcuni film, ma non nei suoi. Quale è il suo rapporto con la recitazione?

Quando faccio un film cerco di capire gli attori, ma più li capisco e meno vorrei essere uno di loro. Alzarsi alle cinque del mattino, con il freddo, recarsi sul set, farsi truccare per due ore e poi seguire gli ordini di quel cretino del regista e non controbattere mai. Questa è la sofferenza degli attori. Poi vivono momenti magnifici, oppure no. È una lezione di umiltà, e io accettavo di sottopormi a questo rituale ogni volta che sentivo che la mia testa si gonfiava troppo.

Per la vicinanza tematica, considera ci sia un’affinità fra L’esorcista di William Friedkin e il suo film Possession?

Si può mettere nello stesso piatto un hamburger vicino a una bistecca?

Ha intenzione di girare un altro film a breve?

Sì, voglio girare un film. Qui. Stasera. Ma dove sono i soldi?

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