Cinque stanze, di Bruno Bigoni

Un’antispettacolarità pregevole nella scelta stilistica dell’eleganza formale e mette a fuoco il piacere del ricordo, ma anche il rimorso della vita non vissuta. Fuori concorso – Fedeli alla linea

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Le stanze sono i giorni, i ricordi, la vita passata con i rimorsi, le stanze di quell’amore male vissuto e di due vite insoddisfatte che si riconcorrono senza mai raggiungersi completamente. Cinque stanze di Bruno Bigoni con il suo grigiore in bianco e nero sfumato dentro le stanze di una casa, diventa il palcoscenico di un ménage che sembra essersi consumato nel tempo. La coppia, il sig. K e Lara, ha raggiunto quella pericolosa mezza età che nulla sembra più dovere chiedere alla vita. Ma lui giornalista, affascinato dalle donne, tradisce Lara con Silvia conosciuta per caso e Lara sente su di sé il disagio del tradimento e poi della malattia, nel ricordo di una figlia scomparsa all’età di quattro anni. Con la lettera che scriverà al marito, quello stesso sig. K che, ora stanco e affaticato, su una panchina leggerà quelle ultime segrete confessioni della moglie che non c’è più, Lara saprà raccontare di lei essendo lui l’ultima traccia che resta di lei nel mondo. Bigoni sceglie la strada della malinconia dimessa per un film intimo, raccolto in quel chiuso di un bianco e nero che ingrigisce le vite dei suoi personaggi, sfumando nel ricordo giovanile in un colore altrettanto dimesso da foto d’epoca.

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L’antispettacolarità di Bigoni diventa pregevole nella scelta stilistica dell’eleganza formale, con i suoi lenti e ricercati movimenti di macchina il film sa farsi forma riflessa di una memoria che sopporta un insanabile e guasto rapporto con il passato. C’è al tempo stesso in Cinque stanze il piacere del ricordo, ma anche il rimorso della vita non vissuta, di un tempo sprecato. Un senso di quasi umano troppo umano, potrebbe dirsi, tutto risolto in una scrittura che anche per immagini sa trasformarsi in originale scavo psicologico dei suoi personaggi in bilico tra rappresentazione teatrale rarefatta, trattenuta e filtrata dalla indispensabile presenza della macchina da presa, e racconto cronachistico di un amore sbagliato al quale si resta legati per in quella irresistibile quasi gioia del ricordo. Cinema che si confronta con i sentimenti inespressi e con il racconto, indispensabile, a perpetuare la memoria di quella macchia umana che lascia traccia nel lungo continuare della vita. Testimonianza quasi inesprimibile e dolore per un amore non vissuto, vissuto palcoscenico degli errori.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.3
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Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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