Con la grazia di un Dio. Intervista ad Alessandro Roia

La nostra intervista esclusiva all’attore che esordisce dietro la macchina da presa dirigendo un noir con Tommaso Ragno, Maya Sansa, Sergio Romano nelle sale da giovedì dopo il passaggio a Venezia80

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L’esordio alla regia di Alessandro Roia, Con la grazia di un Dio, presentato alle “Giornate degli Autori” dell’80esima mostra cinematografica di Venezia, è in uscita nelle sale il 30 novembre. E’ un noir asciutto e raffinato sul significato e l’importanza della memoria e dell’amicizia. Ne abbiamo parlato con l’attore passato dietro la mdp per l’occasione.

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Per essere un esordio è un progetto ambizioso…

A.R. Si, credo sia un progetto ambizioso, e l’ambizione era quella di non tradire la passione o il duro percorso fatto per giungere al progetto. Mi sono quindi imposto delle restrizioni, delle regole ferree che mi ripetevo tutti i giorni sino ad arrivare all’ultimo giorno di editing, di montaggio coerentemente con queste direttive proprio per portare nel film quello che volevo. Essendo uno molto severo con sé stesso non so dire se sono arrivato dove volevo arrivare con il film ma sicuramente sono arrivato a rispettarmi e a rispettare l’idea di cinema che ancora non ho ma sto maturando.

Il film a mio avviso ricorda le atmosfere del cinema di Patrice Leconte, abile nel descrivere paesaggi e personaggi umani apparentemente normali che finiscono per rivelare, invece, zone d’ombra inquietanti. In quali termini il tuo lavoro risente dell’eredità del cinema noir francese e in quali ne sovverte i codici?

A.R. Onestamente quando ho iniziato la scrittura del film non ho pensato ad un genere in particolare e ancora oggi non penso sia un noir. Credo abbia degli elementi noirish… poi il film prova ad andare da tutt’altra parte. Con il co-sceneggiatore Fachin ci chiedevamo se il noirish potesse darci una possibilità di racconto per poi andare dove erano i nostri interessi, quindi più a fondo. In realtà, pur non essendo partito da alcuno stilema, il film è stato accostato ora al genere new-Hollywood, ora ad un certo cinema francese legato al noir ma non c’è nulla di premeditato. Addirittura le suggestioni venivano da tutt’altra parte ma ho capito che le suggestioni non esistono, sono nel tuo inconscio, le maturi attraverso la visione e fruizione dei film. Io credo che il cinema s’impari tanto attraverso il cinema, non emulandolo ma in qualche modo digerendolo. Per esempio tempo fa ho raccontato che in uno dei miei film preferiti, Io la conoscevo bene, c’è una scena, quella del coro, in cui la protagonista ha un giramento di testa, sviene e segue un turbinio, che io senza rendermene conto (perché non l’avevo scritta ma l’avevo improvvisata) ho messo nel mio film. E ancora a Venezia mi è stato detto che il mio film ha ricordato una certa cinematografia asiatica; è chiaro perché è un tipo di cinema che io amo tantissimo e questo è venuto fuori. Il mio percorso di attore è stato molto peculiare ma sentivo di voler di più nella fase creativa.

Come è stato scrivere a 4 mani la sceneggiatura con Ivano Fachin?

A.R. Beh è sempre un rapporto di coppia: idillio e guerra nello stesso quarto d’ora. Lui è più sceneggiatore di me, io volevo asciugare il film il più possibile. L’idea era di una sceneggiatura minimal e di “lasciare la porta del set aperta”: immaginavo sempre la possibilità di arricchirla.

Il film è molto curato nell’ambientazione, nella fotografia, nella scelta della musica (a cura dell’americana Lyra Pramuk), nel montaggio (di Marco Spoletini)…?

A.R. Essendo al mio primo film non sai mai cosa c’è dietro la porta. Ho fatto quello che si dice debba fare un leader in un determinato campo, circondarsi di un team di persone molto fidate, molto competenti e motivate. Sono un maniaco della precisione. Da un lato mi serviva indagare senza alcun pre-concetto lavorativo, quindi incontravo la realtà e volevo metterla nel film; dall’altro, essendo un maniaco della precisione, volevo perseguire la forma.

Elemento essenziale del film è l’acqua, che ricorre in molteplici immagini, in particolare quella del mare agitato che simboleggia la paura dell’ignoto, la difficoltà a confrontarsi con la propria interiorità, oscurità. Luca (Tommaso Ragno) suo malgrado respira questa paura, e tuttavia trova il coraggio di affrontare i propri fantasmi, di andare a indagare scomode verità. Il suo viaggio è simbolo di catarsi o piuttosto di espiazione?

A.R. E’ più simbolo di un’ossessione, di una incapacità di relazionarsi con la realtà. Io sono molto critico nei confronti del personaggio di Luca, che si permette di agire nelle vite altrui come un Dio della mitologia greca, senza averne pietà. In qualche modo è anche una critica ai tempi moderni segnati da una grande mancanza di empatia. Neppure un dolore giustifica l’idea di come andrebbe fatta giustizia. Luca si fa giustizia prescindendo dalla realtà, si intrufola nelle leggi della natura senza volerne pagare il prezzo e lasciandosi dietro tanto dolore. A muovermi verso il titolo “Con la grazia di un Dio” anche le risonanze degli ultimi tragici eventi di cronaca: un individuo che si permette di sentirsi al di sopra della vita altrui, come se appartenesse ad un genus superiore, segna la fine dell’umanità. Ciò che spaventa è proprio “quell’attimo prima”, intendo che se Luca si fosse fermato alla sua paranoia la vita avrebbe avuto il suo corso, anche perché Vincenzo ormai non c’era più. E’ proprio la sua mancanza di empatia a fargli credere di poter diventare una sorta di giustiziere. Questa assoluta assenza di empatia, lo scarso valore che si attribuisce alla vita umana e la dilagante violenza che riempie le cronache, ampiamente profetizzata da Pasolini, sono una mostruosità tutta contemporanea.

Tra i temi del film la memoria. C’è chi preferisce dimenticare il proprio passato, chi invece ne resta tormentato, poi alla fine il vero miracolo come dice Maurizio “è che siamo ancora vivi”?

A.R. In realtà nel film sono tutti dei fantasmi, quelli che i ragazzi di oggi definirebbero boomer, la cui vita ha flirtato con la malavita. Il grande interrogativo è: Vincenzo come ha gestito la sua esistenza? Sembrerebbe averla gestita male. E perché Luca vuol fare i conti solo con sé stesso e non con il mondo che lo circonda?

Un altro tema è la maschera, quella che indossiamo, dietro la quale nascondiamo la nostra vera indole, quella che proviamo a celare il più possibile ma che prima o poi riaffiora in superficie. Il fotografo Richard Avedon diceva di avere molta fiducia nelle superfici, perché “una superficie è sempre piena di indizi”. Tu che rapporto hai con la superficie delle cose?

A.R. Ho un rapporto totale perché la superficie in sé è immediata, il problema è che nasconde qualcos’altro. E’ come presentiamo al pubblico Luca: un uomo pacato, che scopriamo avere un presente, delle relazioni affettive ma dietro quella maschera apparentemente perfetta si nasconde (quella che definisco la malattia del secolo) l’incompletezza, la lontananza dall’empatia, dal riconoscere l’altro come necessario.

Da regista hai diretto gli attori ovvero hai dato loro una direzione. Loro cosa hanno dato a te? In che misura ti hanno supportato, ispirato?

A.R. Gli attori sono dei vettori che danno quello per cui sono ingaggiati. Quando si nota quello che fa l’attore si deve tenere presente che ciò che realizza lo fa sempre entro i limiti di una sorta di recinto disegnato dal regista. Il regista è egoista. La cuspide su cui è seduto l’attore è proprio questa. Ad esempio Tommaso Ragno si è fidato, anche quando non capiva. Lo stesso hanno fatto gli altri interpreti. E’ una cosa che senti, che vedi, magari fai dei tentativi… A volte l’attore si autodirige per vanità, si guarda molto, aspetta l’attimo giusto, il giusto gorgheggio, poi magari al pubblico questo sfugge..Gli attori sono creature meravigliose, mi sono sempre piaciuti, ho passato ore ad osservarli e ammirarli sul set, tanto da sentirmi dire “Questa da parte tua è mancanza di competitività”. Credo invece si trattasse del mio personale processo di scoperta di queste figure, perché dentro me sapevo che le avrei utilizzate. Mi sono spesso sentito definire, anche da personaggi di livello molto alto, un attore atipico, senza capire. Mi dicevano che c’era dell’altro. forse avevano intravisto che mi sarei sentito più vicino alla figura del regista.

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