“Corpo celeste”, di Alice Rohrwacher

 Non c'è quasi spazio tra la macchina da presa e Marta, la tredicenne protagonista di Corpo celeste. Non lascia quasi respiro, sta attaccata a lei come a seguire le sue nervose deambulazioni in uno spazio percepito più come estraneo che nuovo. Il luogo è quello di Reggio Calabria, quasi vuoto, assente, in cui perdersi (lei che cammina da sola nei pressi dell'autostrada), tutto il grigio e il bianco del ferro e del cemento, quasi un set artificiali con i crocifissi moderni che sostituiscono quelli tradizionali. Forse Alice Rohrwacher – che prima di questo film ha alle spalle il lungometraggio collettivo Checosamanca – ha visto e metabolizzato lo straordinario Lourdes di Jessica Hausner, soprattutto nel modo esteriore di rappresentare il rapporto con la fede: la preparazione della cresima, il rinfresco, l'arrivo del prete. Ma per altri aspetti questo 'ritorno al Sud', che rappresenta una specie di emigrazione che recentemente sta facendo tornare verso i luoghi d'origini, possiede qualcosa di arcaico, senza tempo. Se si spogliasse Corpo celeste dai suoi segni evidenti di modernità, potrebbe essere anche ambientato negli anni '50, proprio come Il primo incarico di Giorgia Cecere e come in quel film anche qui c'è un'altra impermeabilità verso l'esterno. Marta, 13 anni, dopo 10 anni vissuti in Svizzera, torna nella sua città natale, Reggio Calabria. Cerca di integrarsi frequentando le lezioni di catechismo, ma non lega con i coetanei. Anche i personaggi come don Mario, che gestisce la chiesa come un'azienda e la catechista Santa vengono spesso visti a distanza.

Sospeso tra documentario e finzione, Corpo celeste difetta nella caricatura di certe situazioni (l'arrivo del vescovo) e personaggi (la figura di Santa) ma si tratta comunque di un film sentito, girato dalla Rohrwcher con un istinto quasi materno nei confronti della giovanissima protagonista. Non è un caso che tra i momenti più felici del film ci sono quelli del rapporto tra Marta e la madre (interpretata da Anita Caprioli) e soprattutto, al di là delle risposte che la ragazzina trova, non è un banale percorso di crescita ma anzi quel suo senso di assenza continua anche in quel percorso con l'auto di don Mario attraverso le montagne che sembrano inghiottirli e nel riuscito finale, che lascia addosso quell'inquieto malessere.

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Regia: Alice Rohrwacher
Interpreti: Yile Vianello, Salvatore Cantalupo, Pasqualina Scuncia, Anita Caprioli, Renato Carpentieri, Monia Alfieri, Licia Amodeo, Maria Luisa De Crescenzo, Gianni Federico
Distribuzione: Cinecittà Luce

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Durata: 100'
Origine: Italia, 2011

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